Sotto le Luci del Cinema: La Prima Nazionale di “2020 L’ultima primavera”
Buona la Prima. Quella di venerdì 9 ottobre 2026 è una data che difficilmente dimenticherò, essendosi tenuta la prima nazionale di “2020 L’ultima primavera”, film diretto da Fedele Dalessandro. Ha rappresentato un momento di profonda soddisfazione, al termine di un percorso intenso, avendo partecipato con un doppio ruolo. Quando il regista mi ha chiamato per affidarmi l’incarico di direttore della fotografia è affiorata una certa sorpresa.
Ho studiato la direzione della fotografia, compito cruciale nella vita di un film, e qualche volta ho avuto modo di mettermi alla prova. Un film di quasi un’ora e mezza, però, è tutt’altro paio di maniche rispetto ad un videoclip ed alcuni brevi video.
2020 L’ultima primavera, la Fotografia
La direzione della fotografia è senza dubbio un lavoro tecnico, ma non si esaurisce in questo. Può considerarsi l’anima visiva di un film. Attraverso la scelta della luce, delle ombre, dei colori e delle inquadrature, il direttore della fotografia (quello che in genere chiamano DoP) traduce in immagini le emozioni della sceneggiatura. E’ il compito di veicolare le emozioni che sono nelle trame della sceneggiatura, guidando lo sguardo e il cuore dello spettatore.
Dirò un paio di ovvietà. Un’illuminazione calda può trasmettere intimità o nostalgia, mentre tonalità fredde e contrasti netti possono instillare tensione e solitudine. Non solo, il modo in cui la macchina da presa si muove nello spazio definisce il ritmo del racconto e l’intimità che essa crea con i personaggi. Senza una visione fotografica coerente, anche la storia più fascinosa rischia di perdere la sua forza espressiva.
Director of Photography
E’ agevole immaginare, così, quanto svolgere il compito di Direttore della Fotografia nel lungometraggio “2020 L’ultima primavera” abbia rappresentato una sfida per il sottoscritto. Accettata e portata a termine (mi auguro con risultati che siano apprezzabili, anche se i primi feedback lasciano ben sperare), con la Prima nazionale si è chiuso un cerchio. L’esperienza di trasmettere il messaggio del film attraverso gli strumenti a disposizione, alla fine ha dato i suoi frutti, di cui vi parlerò più avanti in un articolo dedicato.
E l’altro ruolo?
Fotografo di scena
Il fotografo di scena è il custode dei dettagli invisibili. Mentre sul set tutto scorre, tra battute declamate, macchine da presa in movimento e l’energia frenetica della troupe, lui resta in ascolto, fermo nell’ombra, a cacciare l’istante perfetto. Poetico, visto così. Ed in buona parte è questo. Per altro verso, invece, è un gioco di attese e azione, di occhi che seguono il movimento e che anticipano quel che accadrà, con le mani che portano la macchina al viso.
L’occhio del fotografo di scena non si limita, così, a documentare il film, ma ne cattura l’anima più intima. Potrebbe essere il respiro sospeso di un attore un secondo prima del ciak, la luce che crea giochi di ombre sulla scena, quel che è autentico in un mondo di finzione. Negli scatti di scena, mi piace pensare, la finzione del cinema si fonde con la verità del momento, regalando all’eternità frammenti di un sogno che, altrimenti, svanirebbe non appena si spengono i riflettori.
La trama
Il film rievoca e riporta lo spettatore ai momenti successivi l’impatto dell’emergenza sanitaria causata dal COVID-19. Li rielabora raccontando il dramma dell’isolamento, dello smarrimento individuale e della frattura sociale vissuti durante il lockdown del 2020.
La prima parte del girato ha sapore documentaristico. E’ una finestra aperta sul territorio del Sud-Est barese e contribuisce a calare il pubblico nell’atmosfera locale.
In questa atmosfera, si inserisce il mondo del protagonista, che vive la sua quotidianità profondamente modificata dagli avvenimenti. Attraverso una narrazione intima, l’opera riflette sulla memoria collettiva, sul senso di sospensione del tempo e sul bisogno di preservare la propria umanità di fronte a una crisi inaspettata.
Il mio lavoro in camera chiara
Da appassionato di cinema quando il regista Fedele Dalessandro mi ha chiesto di supervisionare il colore anche in postproduzione ho colto l’invito con piacere. In cosa consiste? Il color grading rappresenta il momento in cui la materia grezza registrata dalla macchina da presa si trasforma in un vero e proprio linguaggio visivo. Se la correzione primaria serve a riportare l’immagine a una neutralità tecnica, il grading è l’atto con cui si sceglie cosa debba provare lo spettatore di fronte a un’inquadratura.
Non si tratta di rendere semplicemente bello un fotogramma, ma di costruire una coerenza narrativa visiva capaci di sostenere la psicologia dei personaggi, l’atmosfera del racconto e le intenzioni stilistiche del regista e del direttore della fotografia.
Sotto le luci del Cinema: 2020 L’ultima primavera
La prima nazionale di un film è essenzialmente una proiezione, si, ma è anche quella linea di confine varcata la quale un’opera passa dalle mani di chi l’ha generata agli occhi di chi la vive.
Dopo anni trascorsi tra set, riprese e sala di montaggio, vedere le immagini su grande schermo e sentire la reazione della sala — i respiri sospesi, i silenzi, gli applausi — dona un senso di compiutezza. Chiude, come scrivevo poche righe più su, il cerchio dell’opera.
Ogni scelta stilistica ed estetica fatta durante la produzione passa anche da questo, l’incontro con il pubblico. E una sorta di rito di passaggio, mi diverte immaginare, in cui un’opera, così è pure per la fotografia, è consegnata a chi la vedrà e non sarà più solo di chi l’ha ideata e prodotta.
Le mie fotografie di scena



