No Limits. Fotografia e cultura a Scutari: in mostra i Misteri di Campobasso
No Limits. Fotografia e cultura a Scutari: in mostra i Misteri di Campobasso
Scutari ha una storia fotografica che affonda le radici nel passato e un ruolo centrale nel panorama culturale albanese. Quest’anno è una delle sedi del Fokus Award 17 e della esposizione No Limits.
Nei giorni scorsi la città ha ospitato la rassegna "Shkodra, aty ku fotografia bashkon artistë dhe kultura", un evento nato per mettere in dialogo fotografi di provenienze diverse attraverso lo spazio espositivo.
All'interno di questa iniziativa, un gruppo di dieci fotografi italiani ha presentato i propri lavori al pubblico locale. Tra i progetti in mostra c'era anche il mio reportage dedicato alla Processione dei Misteri di Campobasso, un lavoro che documenta la struttura e la ritualità di una tradizione che conosco e seguo da tempo.
Il contesto espositivo a Scutari, No Limits
Portare un lavoro fotografico fuori dai confini nazionali offre sempre una misura precisa della sua efficacia comunicativa. In un contesto nuovo, privo delle chiavi di lettura locali, le immagini devono reggere da sole il compito di raccontare una storia, un territorio o un rito. La collaborazione con Fidia Factory ETS e con la cara Maria Lanotte è il volano per dare visibilità alla fotografia italiana, per me, la spinta per dar voce ai lavori che svolgo su storie e territori.
Il reportage sui Misteri di Campobasso
Per questa esposizione ho scelto una selezione di scatti focalizzati sulla Processione dei Misteri di Campobasso, un evento che ogni anno trasforma la città in uno spazio collettivo sospeso tra devozione e memoria storica.
Il reportage si concentra su tre elementi principali. In primo luogo, la fisicità del rito: l'impegno dei portatori, lo sforzo fisico e la concentrazione necessari per sostenere le strutture durante il percorso. Con loro sin dalla vestizione dei partecipanti, i portatori degli ingegni hanno il compito di dar vita alla processione. Ho fotografato alcuni dei momenti più energici, ho inteso documentare la dedizione.
Nello sforzo muto e fiero dei portatori che stringono i denti sotto i cuscini di cuoio, coordinandosi con un cenno o un sussurro per non perdere l'equilibrio.
Le macchine processionali, installazioni settecentesche ideate da Paolo Saverio Di Zinno, che reggono i bambini sospesi in rappresentazione delle figure sacre e allegoriche. I figuranti sospesi, le ore trascorse a veicolare il messaggio e donare alla gente uno degli spettacoli più interessanti e partecipati di Campobasso, la Processione dei Misteri.
La partecipazione della comunità: La sospensione della routine cittadina e il coinvolgimento generale della popolazione. La gente ai lati delle strade non si limita a osservare, ma riconosce nei volti dei figuranti i vicini, i parenti, i volti di una comunità intera che si stringe attorno alla sua tradizione.
Esporre al pubblico di Scutari ha confermato come la narrazione visiva di un rito così specifico riesca a comunicare anche a chi appartiene a un'altra cultura. La percezione della fatica, del legame con il territorio e della conservazione delle tradizioni ha trovato immediati punti di contatto con la sensibilità locale.
Riflessioni sull'esperienza No Limits
Iniziative di questo tipo confermano l'importanza del reportage non solo come mezzo espressivo, ma come strumento di conoscenza e di scambio concreto tra realtà vicine ma spesso poco conosciute.
La mostra fotografica è solo uno dei modi con cui si dà voce ad una storia, ad un reportage, e l’esposizione No Limits, Fokus Award 17, è una potente vetrina. Attraverso lo sguardo dei fotoreporter, storie lontane, crisi dimenticate e frammenti di umanità entrano in contatto diretto con il visitatore, superando le barriere della distrazione quotidiana. Questo tipo di fotografia trasforma la cronaca in memoria tangibile, sensibilizza le coscienze, abbatte l'indifferenza e restituisce dignità alle persone ritratte.
No Limits, l'esposizione
C’è una metamorfosi silenziosa, quasi alchemica, che avviene quando una fotografia di reportage si lascia alle spalle la fredda luminescenza di uno schermo per farsi materia. Nel nostro flusso visivo quotidiano, fatto di pixel, scorrimenti veloci e monitor retroilluminati, le immagini rischiano di consumarsi in un istante.
Stampare un reportage per una mostra significa invece restituirgli un corpo, un peso specifico e una dignità definitiva. Scegliere la grammatura della carta non è un semplice vezzo tecnico, ma l'atto finale del racconto, è dare una dimensione materica allo scatto.
È il momento in cui la cronaca si fa storia tangibile, e le storie che seguo sul campo smettono di essere file digitali, divenendo presenze vive che abitano lo spazio, pronte a dialogare con lo sguardo di chi si saprà osservare.
Il mio articolo sulla Processione dei Misteri di Campobasso
Alcuni scatti del reportage sul Corpus Domini campobassano

Processione dei Misteri di Campobasso
Processione dei Misteri di Campobasso, fotografia e storytelling. La domenica del Corpus Domini, Campobasso smarrisce i contorni del tempo per ritrovare la propria anima più autentica. Dalle mani visionarie dello scultore Paolo Saverio Di Zinno sorsero, nel Settecento, quegli ingegni d’acciaio che ancora oggi solcano la città: strutture celate allo sguardo, capaci di regalare all'aria la sublime illusione di angeli e demoni fluttuanti sul popolo in festa.
È la solenne Processione dei Misteri, miracolo d'arte e devozione dove il metallo si fa invisibile e la materia sembra cedere al sacro.
Per chi osserva attraverso l’obiettivo, tale transito non è mero spettacolo, ma rivelazione. Fotografare i Misteri richiede di farsi custodi del momento: inseguire la luce radente sui volti estasiati dei fanciulli sospesi, cogliere la tensione muscolare dei portatori e la vibrazione dell'aria a ogni passo. Significa, in ultimo, tradurre in ombra e luce l'eterna sfida alla gravità e consegnare all'eternità di un fotogramma quell'istante fugace in cui la fede si fa scultura vivente.
Il Museo dei Misteri di Campobasso
L’accreditamento presso il Museo dei Misteri di Campobasso è la notizia del giorno, così parto a preparare l’attrezzatura che alcuni giorni dopo mi consentirà di ritrarre la sfilata. Il giorno della Processione dei Misteri di Campobasso mi reco presso i locali museali in orario per il mio reportage. La vestizione dei figuranti è un momento importante, il capannone brulica di ragazzi e genti mature, assieme ad una moltitudine di addetti agli ingegni ed al trucco.
Italo Stivaletti, uno dei molti ed apprezzati simboli del Corpus Domini campobassano è pronto ad assumere fattezze luciferine, è una delle scene da riprendere. Fotografare ognuno degli ingegni che portano in strada la vita dei santi è importante, è agevole comprendere, ma c’è dell’altro.
Fede e folklore, qui, si tingono di dedizione e fatica, sudore e tenacia. Sono ore sotto il sole, sono passi costanti e intervallati da pochi minuti di stasi, quando è possibile poggiare la mezza tonnellata di legno e ferro che grava sulle spalle di uomini perseveranti.
Gli ingegni della Processione dei Misteri di Campobasso
Le prime ore del mattino riservano una frescura che si dissolve man mano che ci si avvicina all’orario di uscita degli ingegni. Alla Santa Messa segue la movimentazione delle macchine, il vero e proprio corteo. I vestiti sono splendidi, ad indossarli, giovani di varie età e adulti, che assieme raccontano gli usi del luogo. Bande di suonatori accompagnano l’incedere, in una festa dove gli individui si avvicinano con discrezione ai loro conterranei che trasportano santi e tradizioni. Pur nella moltitudine di gente, io e le mie due macchine fotografiche (lo so, lo zoom aiuterebbe, ma non mi è proprio) ci muoviamo senza intoppi. Tutto si svolge con ordine, infatti; nonostante le migliaia (e migliaia) di persone, si procede con fluidità, senza incertezze,
L’altezza delle macchine sfiora il secondo piano delle palazzine che quasi accarezzano nella città antica. Senza indecisioni, angeli e figure sacre proseguono il cammino tra profumi e musica, in mezzo alle persone. L’intensità della partecipazione rimane addosso, pare quasi poterla toccare, ripeto alcuni scatti per esser certo di averne catturato l’essenza. Se ci sarò riuscito, sarà il premio per quelle ore dense di storia e fotografia.
E’ sera, riguardo gli scatti. La stanchezza lascia il passo al ricordo dell’esperienza a contatto con la gente, in un bagno di cultura del Meridione e di umana interazione.
Dietro le quinte, l'emozione e la tecnica
Lo zoom a volte tenta, non nego. Eppure, dopo anni di scatti e svariati progetti sul campo, c'è una combinazione che continuo a considerare il punto d'incontro perfetto tra qualità d'immagine, sensazione tattile e piacere di scattare: l'unione tra i corpi macchina Fujifilm X-T4 e Fujifilm X-T2 (fidata compagna) e quattro ottiche fisse compatte.
Parlo del grandangolare Fujinon XF 16mm f/2.8 e del mio binomio preferito di fissi compatti: il 23mm f/2, il 35mm f/2 cui segue il 50mm f/2 (quest’ultimo lo uso solo in determinati contesti).
Inoltre, per ingombro e luminosità, durante i miei reportage, una certa dose di compromesso è d’obbligo. La Processione dei Misteri di Campobasso ha richiesto molte ore di lavoro, in cui ho “indossato” le mie macchine senza sosta. Le lenti Fujifilm, così, sono apparse la soluzione preferibile. Ne parlerò diffusamente in un articolo dedicato, promesso.
Le mie Fujifilm per la Processione dei Misteri di Campobasso
Lavorare con due fotocamere contemporaneamente non è solo una comodità operativa, quanto più un approccio personale al reportage. Avere nello zaino sia la Fujifilm X-T2 che la Fujifilm X-T4 significa disporre di due personalità distinte ma non troppo, eppure complementari.
Fujifilm X-T2, la veterana
Uscita ormai da qualche anno, la X-T2 resta, per me, una macchina straordinaria. Il suo sensore da 24 megapixel regala una resa croma e una grana ad alti ISO che molti appassionati (me compreso) ritengono quasi "materica", perfetta per il bianco e nero e per chi ama un look fotografico più organico. In mano, trovo comunichi una solidità sconosciuta alle sorelle più giovani ed è con me sul campo da tanto. Sento di potermi affidare a lei senza timori, ormai.
Fujifilm X-T4, la moderna
Alcune condizioni sono senza dubbio meno semplici di altre, allora la X-T4 sale in cattedra. Il sensore X-Trans IV da 26 megapixel porta in dote un autofocus prestante e, soprattutto, la stabilizzazione integrata sul sensore (IBIS), che male non fa. Con luce scarsa non amo tirare il collo al sensore alzando molto gli ISO, quanto lavorare su tempi e apertura. In questi frangenti, la stabilizzazione è un investimento che ripaga.
Tengo a ringraziare il Museo dei Misteri di Campobasso, che invito a visitare, per l’accoglienza riservata. Gli addetti, inoltre, per le informazioni via via prontamente fornitemi durante la marcia.
Guarda la serie fotografica.
Sono disponibili stampe delle foto, contattami.






Lame d'Argilla da New Old Camera a Milano
Alcuni luoghi superano la definizione di spazio commerciale, trascendendone le quattro mura e diventare rifugi culturali. Luoghi dove l'aria è impregnata di storie, visioni e di quella passione autentica che unisce chi lavora con l'immagine e con la parola. New Old Camera, nel cuore di Milano, è un tempio, in questo senso.
Non solo, nelle teche e sulle pareti c’è la storia della nostra società, documenti dei nostri costumi, racconti resi eterni da maestri della fotografia. Interpreti del quotidiano e dei grandi avvenimenti, alcuni dei loro strumenti riposano qui (con mia commozione nel contemplarli). Essere ospite di New Old Camera e del caro Ryuichi Watanabe per la presentazione del mio libro Lame d’Argilla, assieme alla coautrice Marilena Aprile Ximenes, è stata un'esperienza intensa.
Lame d'Argilla da New Old Camera a Milano
Pur avendola frequentata poco, Milano mi ha dato l’idea di saper accogliere un fotografo con il suo ritmo dinamico, con le sue geometrie. Nei giorni di permanenza ero deciso a fare un salto da New Old Camera, per alcuni acquisti (ne parlerò in un altro articolo), ampliando il corredo della Leica M11 in vista dei prossimi impegni fotografici. Entrare in un luogo dove ogni angolo custodisce decenni di storia visiva crea un’immediata sensazione di rispetto e responsabilità. Mi ritaglio, dunque, il giusto tempo e con Marilena Aprile Ximenes, che mi ha raggiunto in quel di Milano, programmiamo una visita. Ad acquisto fatto, ci organizziamo per tornare ed incontrare Ryuichi Watanabe.
Se riversare il progetto sui calanchi in un libro è stato spinto dal desiderio di creare un ponte tra linguaggi diversi ma complementari: la fotografia e la narrativa, la divulgazione su più canali è un presupposto non di secondaria importanza. La chiacchierata con Ryuichi, persona dai modi spiccatamente accoglienti ed ospitali, si è così tradotta in una breve intervista. La proposta di dialogare sui temi di Lame d'Argilla è stata per noi autori una splendida occasione.
Per chi si occupa di narrazione e arti visive, New Old Camera rappresenta una tappa fondamentale della scena culturale milanese. Fondato e guidato da Ryuchi Watanabe, questo spazio ha saputo costruire negli anni una vera e propria comunità di appassionati e creativi.
Presentare Lame d'Argilla presso New Old Camera ha assunto un valore divulgativo per noi profondo. Il libro affronta tematiche legate alla memoria, alla fragilità, alla resilienza ed alla costante ricerca di una forma che sappia resistere al tempo: concetti comuni a natura ed umanità. In questo spazio, i testi di Marilena Aprile Ximenes hanno trovato l’eco naturale della mia visione e delle mie immagini.
Lame d'Argilla da New Old Camera a Milano: di cosa abbiamo parlato?
Superfici lunari, inconvenienti di percorso e scarponi. Resilienza della natura e dell’animo umano. Ma qual è la genesi di Lame d'Argilla e quali argomenti abbiamo approfondito durante l'incontro? Il titolo stesso racchiude una metafora a tratti ossimorica. La lama, simbolo di affilatezza e capacità di incidere, mutandola irrimediabilmente, la realtà; l'argilla, materia prima per eccellenza, malleabile, fragile, soggetta a crepe ma capace di solidificarsi e modellarsi.
La fragilità come forza?
Spesso consideriamo la vulnerabilità come un punto debole. Nel libro, la fragilità diventa invece un buon punto di partenza per la ricostruzione autentica dell'essere umano.
Tra parola e materia
Infine, ci siamo confrontati sulla fatica di scolpire l'idea grezza fino a farla diventare una storia compiuta, una dinamica parallela a quella dello scatto fotografico. In effetti, tra l’istante fotografico ed il compimento del progetto i tempi sono diversi. Pochi attimi contro settimane di appunti, viaggi, esperienze da condividere.
La videointervista
Il pomeriggio, colloquiale ed amichevole, è stato, così, l'occasione per realizzare un contenuto speciale: una videointervista registrata negli spazi di New Old Camera.
Davanti alle telecamere abbiamo approfondito gli aspetti più intimi della nascita di Lame d'Argilla, dalle fonti di ispirazione visiva che hanno guidato il progetto fino al “dietro le quinte” del processo editoriale.
Un caloroso ringraziamento a Ryuichi Watanabe ed ai ragazzi di New Old Camera.
Dove acquistare Lame d'Argilla e prossimi appuntamenti
Se desideri scoprire la storia di Lame d'Argilla, ecco dove puoi trovarlo:
In libreria e online: Il libro è acquistabile in tutte le principali librerie, store online (Edizioni VivereIn, Feltrinelli, Ibs…). Se interessati ad una copia autografata, potete contattarmi direttamente.
Prossime date: ad agosto saremo in Puglia, a Castellaneta Marina (TA), mentre a settembre si delineerà il calendario.
FIOF Italian Photography Ambassador: il ruolo della fotografia nel racconto della nostra società.
Nel panorama visivo contemporaneo, la fotografia ha smesso da tempo di essere una semplice registrazione della realtà per diventare un linguaggio geopolitico e sociale. In questo contesto si inserisce la figura del FIOF Italian Photography Ambassador, una nomina prestigiosa conferita dal Fondo Internazionale per la Fotografia. Ma cosa significa oggi rappresentare la cultura visiva italiana nel mondo?
Colgo il ricordo (2023) della mia nomina per provare ad offrire una prospettiva in ordine al ruolo della fotografia.
Essere nominato ambasciatore FIOF non è un semplice riconoscimento alla carriera, ma un mandato culturale, che è stato emotivamente forte ricoprire. Trovo che tradurre l'identità, in generale, della nostra società, le fratture e la spiritualità del territorio italiano, magari ampliandone la visibilità in libri, in mostre ed eventi internazionali, sia fondamentale. E’ alla base del mio percorso fotografico, sempre in cammino e mai fermo su eventuali riconoscimenti e risultati ottenuti.
Titolo H2: Chi è il FIOF Ambassador e quale impatto ha sul mercato internazionale
Il ruolo dell'ambasciatore, non esclusivamente legato ad un’arte specifica, si sviluppa su un doppio binario: istituzionale e artistico. Da un lato, l’artista rappresenta l'eccellenza tecnica e narrativa, dall'altro, questa figura si fa carico di una responsabilità documentaria.
Sono stato nominato Ambassador nel 2023, un passo verso la mia filosofia di divulgazione. Attraverso progetti a lungo termine, sono convinto che si possa salvare la fotografia come mezzo sociale. Tano d’Amico scavava nelle pieghe della società, Berengo Gardin portava all'estero una visione dell'Italia autentica, complessa e priva di filtri stereotipati. Mario Dondero, Francesco Cito, Ivo Saglietti, Uliano Lucas, hanno rinnegato qualunque foto da cartolina per interpretare la realtà attraverso l’occhio colto e impegnato.
Titolo H3: Perché la fotografia documentaria è uno strumento culturale
La fotografia risponde alle istanze sociali di democratizzazione della memoria e della documentazione di fatti e avvenimenti. E’ questo, secondo la mia opinione, il ruolo della fotografia. E se questa si accompagna a testi che ne spingano oltre i confini il contenuto, allora il compito è assolto con maggiore forza. Se ricordo bene, Susan Sontag sosteneva che la fotografia avesse il pregio di creare empatia a distanza, come fosse un passaporto visivo ed emotivo.
Credo fermamente sia così. Per meglio dire, questa convinzione permea la mia fotografia. Questo non rileva in termini di numero di fotogrammi e di particolare lunghezza delle didascalie, quanto nella scelta del giusto linguaggio per la situazione da raccontare. Pensiamo anche solo ad uno scatto, semplicemente quello di un uomo che posa dinanzi di fianco ad un treno. Potrebbe voler dire tanto sui costumi di una regione del globo, sulle abitudini dello stesso, sulla complessità del proprio vivere.
Due le mie fotografie selezionate: Enzo Messina, musicista professionista, posa per la copertina del disco Mex Quartet e Marilena Aprile Ximenes, autrice dei testi dei libri Distanti. Scatti e frammenti di spiritualità in tempo di Covid e Lame d’Argilla (VivereIn Ed., 2024 e 2025).
Enzo Messina, Mex Quartet (H2)
Gli scatti ritraggono Enzo Messina, musicista professionista, e sono stati realizzati durante lo shooting che ha dato forma alle immagini di copertina ed interne del suo ultimo disco, pubblicato in questi giorni.
Il tema del disco è il bagaglio esperienziale personale, che rende ogni individuo diverso e che ogni giorno ognuno porta con sé, nelle fotografie rappresentato da antichi e consunti vagoni di un treno.
Le carrozze sono ferme da tempo, come episodi di vita cristallizzati nella memoria e nell’animo umano, alcuni dal peso maggiore, altri più leggeri, ma ciascuno tassello dell’esistenza. Questa, la mia descrizione.
Testo di Marilena Aprile Ximenes
Prendimi per mano, con la fedeltà della tua maniglia rigida e consunta.
Seguimi con la pazienza degli anni che furono e la speranza di quelli che saranno.
Accompagnami attraverso affollati vagoni di esperienze, verso le inesorabili stazioni dell'esistenza.
Intralciami quando il mio passo si fa lesto, verso abbaglianti effimere chimere.
Sostienimi quando il mio spirito codardo indugia
nel calcare le vie impervie dell'amore.
Accogli i miei ricordi e le mie imperdonabili sviste,
custodisci i miei sogni e le mie segrete conquiste.
E nell'ora del mio approdo,
quando il buio si addensa
e la stanchezza mi scompensa,
schiuditi alla mia presenza,
o mio soave bagaglio di esperienza.
Il mio testo per FIOF Italian Photography Ambassador
E’ pomeriggio inoltrato, la giornata volge al termine, pochi minuti ancora e la luce lascerà il posto alla sera ed al suo scuro mantello; sollevo il viso dalle carte, il sorriso di Marilena comunica serenità in un momento pieno di incertezze, la scena mi avvolge, alzo la macchina fotografica, scatto una sola volta: mai avrei voluto che il rumore dell’otturatore, per quanto a me familiare, potesse turbare quel frangente, sottrarvi genuinità.
Il suo volto è accarezzato da una luce naturale che ne scandisce i lineamenti del viso, quasi a sottolinearne i tratti caratteriali, quasi a tracciarne un contorno netto. Eppure, tutto è costantemente in divenire, non saremo mai quello che siamo stati.
Lo scritto che accompagna la fotografia e queste righe appartiene a lei, è la sua percezione dello scatto.
Il testo di Marilena Aprile Ximenes
A te...
che sensibile scruti il mio volto,
alla ricerca dei frammenti della mia anima.
A te porgo tersi i miei occhi, perché incantato tu colga di lontano
fotogrammi del consueto quotidiano.
A te tendo amorevoli i miei orecchi, per accogliere il sensibile afflato vitale della tua delicata anima immortale.
A te lascio scorgere prorompente la mia frogia, perché ti sia guida nel fiutare la soave essenza del nostro andare.
A te si dischiude ogni mio sorriso, alba luminosa di ogni tuo dí, avvolgente tramonto che placa i tuoi affanni.
A te...
che di ogni imperfetta sfumatura del mio volto
rendi poetico il risvolto,
consacro perpetuo il profondo senso
della mia ardente caduca esistenza.
https://www.instagram.com/p/CxLh2TNt_XD
"Solitudine e sete" di Fedele Dalessandro: un viaggio nel cinema indipendente
"Solitudine e sete" di Fedele Dalessandro: un viaggio nel cinema indipendente. Il cinema indipendente italiano ha spesso la forza di saper accendere i riflettori su quelle zone d’ombra della psiche e della società che le grandi produzioni tendono a trascurare. Ciò, spesso, rendendole corollario oppure elemento su cui accentuare la spettacolarità. "Solitudine e sete", il mediometraggio del 2019 diretto dal regista pugliese Fedele Dalessandro è stato per me scuola e laboratorio, emozione e fotografia.
L'opera si configura come un viaggio intimo, doloroso e profondamente realistico all'interno di tematiche delicate come l’emarginazione, il bullismo e l'alienazione sociale. Temi, questi, di grande rilievo sociale, costantemente protagonisti nelle cronache quotidiane.
Trama e tematiche al centro del mediometraggio
Al centro del racconto troviamo uno spaccato di vita drammatico, dedicato a chiunque abbia subito vessazioni e umiliazioni durante la complessa fase dell'adolescenza. Il protagonista trascina ogni giorno un passato pesante, come Sisifo con il suo masso: la morte della madre e l'assenza della figura paterna fanno da sfondo ad un'esistenza segnata dal rifiuto e dalla discriminazione. E questo, non solo da parte di una società adulta distante e poco attenta, quanto anche da parte dei coetanei.
Dalessandro sceglie di non limitarsi al racconto dell'atto in sé, ma esplora le conseguenze a più ampia scansione temporale. L'emarginazione vissuta in gioventù non svanisce con l'età adulta, ma si sedimenta, condizionando la maturità dell’individuo e trasformandosi in una sete costante di comprensione e riscatto. Da qui il titolo, Solitudine e sete.
Il circuito festivaliero
Dalla sua uscita, "Solitudine e sete" ha saputo conquistare un pubblico attento attraverso alle tematiche sociali. Il percorso di proiezioni sia nazionali che internazionali è dimostrazione del valore universale del suo messaggio.
"Solitudine e sete" di Fedele Dalessandro: un viaggio nel cinema indipendente
Il film ha vissuto una prima d'eccezione presso la Cineporto dell’Apulia Film Commission. Successivamente è approdato in importanti festival italiani come l'Adriatic Film Festival, il Rome International Film Festival e lo storico Inventaunfilm (nella sezione 20/60).
Le sale italiane, il legame con il territorio
La prima nazionale italiana si è tenuta al Cinema Margherita di Putignano (BA), presentata dal giornalista Rai Daniele Rotondo, seguita da proiezioni di rilievo tra cui al Cineporto di Bari. L’evento, organizzato in collaborazione con l'Apulia Film Commission ed in giro per l’Italia, ha segnato il debutto internazionale di Solitudine e sete.
Il mio lavoro
Un elemento fondamentale per la resa emotiva del mediometraggio è rappresentato dal lavoro di fotografia e dal documento che ne emerge e che si sfoglia sulle pagine dei giornali. Nella pellicola ho ricoperto il delicato ruolo di fotografo di scena e assistente di ripresa (affiancando Valeria Schino nella direzione della fotografia). Questo mi ha permesso di dedicare attenzione agli scatti ed alle atmosfere, raccontando il film in molteplici istanti.
La fotografia di scena non è una semplice documentazione del set, quanto l’arte di fissare l’emozione e le atmosfere del girato. Occorre sensibilità – i grandi insegnano – e la capacità di catturare l'anima dei personaggi in un singolo fotogramma statico.
Uno dei commenti, di cui vado in tutta sincerità molto fiero, recitava all’incirca così: Di Mauro, fotografo di reportage con una accentuata sensibilità per la documentazione sociale e antropologica, è riuscito nel difficile compito di tradurre in immagini statiche la stessa desolazione e la stessa disillusione che muovono il protagonista. Sul set, l'obiettivo di Michele è riuscito a fermare i picchi emotivi più intensi della storia. In questo lavoro provato a tracciare un parallelo con il reportage di quelli che considero i miei maestri, imparando una lezione.
Il racconto attraverso tagli netti, forti contrasti di luce ed uso delle geometrie offerte periferie urbane, le foto amplificano visivamente il senso di vuoto ed alienazione che soffoca il protagonista. In questo ho avuto una buona spalla: la forte sintonia e la storica amicizia con Fedele Dalessandro hanno permesso di esprimere liberamente le mie idee. L’intento era di uniformare i linguaggi e cioè che lo stile del film e quello del materiale promozionale parlassero esattamente la stessa lingua.
Alcuni articoli:




Rapporto tra Uomo e Natura, una questione di contrasto
Il rapporto tra uomo e natura, una questione di contrasto. Rivedendo gli appunti di qualche tempo addietro, mi sono ritrovato a riflettere sul legame tra essere umano e ambiente. L'uomo, un tempo parte integrante della natura, ne è diventato estraneo, finanche ostile. Un rapporto complesso e controverso, segnato da sfruttamento, ammirazione e paura.
Rapporto tra uomo e natura
La mia prima visita alle Cascate di San Fele la devo ad una gita fuoriporta con l’amica e collega Tatiana, che in un Lunedì dell’Angelo di alcuni anni fa raccolse l’idea di andare a sbirciare questo luogo naturalistico che appariva tanto nordico in fotografia.
Ogni qualvolta mi reco in un luogo dove l’uomo si lega indissolubilmente alla natura, inizio ad interrogarmi sulla profondità del rapporto. Ciò avviene in special modo quando la meta è montana. Spesso le aspre vette ed il loro clima sono difficili da affrontare quotidianamente, eppure la vita in queste zone ha caratteri di più intensa connessione tra uomo e natura. Così, salgono in mente alcuni passi di Walden ovvero Vita nei boschi, libro di Thoreau, che lessi alcuni anni fa e che mi ha portato a mutare la prospettiva.
Nella foresta, diceva, posso essere me stesso, al netto di sguardi che possono indurre a conformarsi alle regole troppo spesso non comprese (e delle quali si apprezza poco il senso), che allontanano dall’indole umana.
Dentro e fuori dalla fotografia
L’occasione odierna è quella della scrittura di un articolo (Cascate di San Fele, Uomo e Natura ai piedi del Vulture) su Secret Village che scriverò a breve sulle Cascate di San Fele; tornando alle fotografie dell’area, mi interrogo sul binomio uomo-natura dentro e fuori dalla fotografia.
In effetti, quello tra uomo e natura è un abbraccio senza tempo, antico, la natura accoglie, l’uomo si evolve. Ciò che da un lato pone grossi interrogativi è l’attuale andamento del rapporto, non appare più alla pari, c’è scontro, sopraffazione. Nelle fotografie di sessanta, settant’anni fa si osserva un binomio già spostato verso la presenza umana invasiva, ma c’è una sostanziale convivenza pacifica, mediamente. Certo, fabbriche e opifici hanno deturpato alcuni angoli di paradiso, ma questo può valere anche per i castelli del Medioevo.
Negli scatti di Bresson, di Berengo Gardin, di Salgado, solo per esemplificare, si percepisce un’attenzione al mondo che circonda la vita umana, che tende al predominio in alcuni casi, mentre in altri è in simbiosi. In alcune fotografie di Dorothea Lange, la natura è sullo sfondo e pare un contorno dell’esistenza, quasi solo un fondale. In ciò, si intende il passaggio dalla ricerca dell’armonia con la natura al confino della natura al ruolo di fattore da sfruttare al meglio.
L’amore, la contemplazione della natura nelle fotografie di Ansel Adams, l’idea di natura che ispira e si fa musa, oggi è forse anacronistico, malinconicamente crepuscolare, appartiene ad un’altra era. Uso e consumo dell’ambiente, se mi si passa la locuzione.
Una questione di contrasto
Sorridendo, potrei dire che un buon grandangolo, ai tempi odierni, finisce per catturare sempre qualcosa di “umano”, sia pure un cavo elettrico. Vista così, inizio a rivalutare il normale nella paesaggistica.
Certo, non ci si può ancorare alla manifestazione di forza superiore che spesso la natura rappresenta per provare ad emozionarsi, sono gradevoli anche le più miti colline in fiore, che non perdono di fascino a patto di coglierne l’essenza. Senz’altro hanno meno impatto, ma la fotografia, provoco, deve necessariamente colpire? Non credo. E’ mia convinzione che basti portare alla riflessione, che l’intento sia quello di stimolare il pensiero.
Nei tempi che viviamo questo è tutt’altro che scontato, anzi, è una sfida quasi nuova. Le macchine fotografiche, così anche i cellulari, permettono di rasentare la perfezione, anche dove non c’è. Questo è bene se ci si serve del mezzo tecnologico per una diagnosi, meno se diventa lo strumento per colmare una lacuna. Se manca l’intento, se latita la volontà di esprimere, di esprimersi, se difetta il messaggio, allora la fotografia perde il suo senso. Anche la foto ricordo ha la sua utilità, fondamentale, per giunta.
Documentare il rapporto tra uomo e natura
Al netto di un lavoro fatto per documentare, per portare a conoscenza, di un reportage divulgativo, la fotografia può avere molteplici usi, ma questi devono essere accomunati da uno scopo, non può esistere fotografia senza un obiettivo, senza il desiderio di comunicare.
Il parallelo con il rapporto tra uomo e natura (una questione di contrasto, non a caso) sta qui, anche vivere la natura, preservarla, continuare quello scambio reciproco che caratterizza il rapporto stesso dovrebbe essere alla base dell’esperienza che si vive. Le fronde di un albero al vento emettono suoni che danno benessere, impossibile pensare che siano rumore, per intenderci.
In conclusione
Quello che cinge l’uomo alla natura, vicendevolmente, è un tema complesso, certo, ma dalle sfumature di semplicità. Proviamo a riflettere quando andiamo per campi a fotografare fiori in macro per stupire con i colori e col dettaglio dell’ultima ottica acquistata; proviamo a soffermarci un secondo in più sul silenzio del parcheggio ben asfaltato, in contrapposizione al frastuono delle onde che si infrangono sulla scogliera. I due articoli sono leggibili su Secret Village:
"Cascate di San Fele, Uomo e Natura ai piedi del Vulture"
"Visita all'Eremo di San Bartolomeo in Legio"
I miei articoli su Secret Village
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Tōn armōn, delle grotte – Il santuario di Santa Maria delle Armi, Cerchiara di Calabria. L’aspra roccia sovrasta l’estesa costruzione, che si compone di alcuni corpi collegati con quello principale, la chiesa. Situato sulle pendici del Monte Sellaro, il Santuario di Santa Maria delle Armi appare come un rocciatore che si sia fermato sulla nuda pietra per riposare, prima di riprendere la salita verso la vetta. La natura del Pollino è avvolgente, così pure il santuario è immerso nel verde, le sue pareti si accostano a quelle della montagna senza predominare per colori o per forme, lineari e pure.
Ton armon
Il silenzio regna sovrano, nessuno che lo spodesti, niente che lo turbi. Ho pronte le macchine fotografiche, rigorosamente settate affinché nulla dell’atmosfera venga compromesso. Sebbene non si presenti come un rifugio dove praticare l’ascetismo, si comprende come questo angolo di Cerchiara di Calabria invogli alla spiritualità più dedita; allo stesso modo si intuisce perché i monaci basiliani abbiano percorso le forme scoscese del Monte Sellaro per dedicarsi alla preghiera nei ripari naturali che la vetta offriva. Tōn armōn (delle grotte), dunque.
L’ingresso è turrito, con orologio, ma fa parte di uno dei corpi abitativi, varcata la soglia un breve percorso si snoda risalendo verso la chiesa. Mi viene in mente, pur accennato, un lavoro di un celebre fotografo di reportage, Saglietti, che ancora oggi sfoglio quando ho dei dubbi sulla mia, di fotografia, sul mio modo di approcciare il reportage. Un giorno ne parlerò diffusamente, promesso.
Lasciando fuori l'ego - delle grotte
La chiesa del Santuario di Santa Maria delle Armi è essenziale, ma non manca nulla. Le dimensioni accolgono adeguatamente l’uomo, lasciando fuori l’ego, qui si entra in punta di piedi, con animo aperto alla meditazione. La semplicità del luogo appaga l’animo, le volte sono affrescate e se ne percepisce la cura. Lì dove c’è l’antico organo, il cielo si squarcia e il dipinto indica la via. Suggestivo.
La Madonna col Bambino, realizzata, si ritiene, da mano non umana, incuriosisce a prima occhiata; alla seconda, rapisce. Custodita in una sorta di teca ornata e tenuta da angeli dall’aspetto barocco, l’icona sacra è una flebile immagine mariana che porta a soffermarsi, a concedersi una dose di interiorità cosciente.
Fujinon 16mm f/2.8
Per gli scatti, alcuni dei quali si possono vedere nell’articolo realizzato per Secret Village, ho usato principalmente il Fujinon 16mm f/2.8, lente Fujifilm affidabile e dalla buona resa. Senz’altro il fratello maggiore f/1.4 ha migliori qualità ottiche, ma nei miei viaggi, specie quando mi sposto con due corpi macchina, la leggerezza si rivela un fattore essenziale. La lente Fuji è un’ottima compagna di trasferte, l’apertura è più che sufficiente a coprire le mie esigenze, pur se a f/2.8 risulta morbida, non troppo incisa. Non è necessariamente un minus, la resa si avvicina a quella di vecchie ottiche, cosa che non disdegno, anzi, ricerco.
L’angolo di campo è all’incirca quello di un 24mm, considerato che il sensore su cui è montato è un APS-C, ma non il suo comportamento a livello di parallasse. La costruzione è pur sempre quella di un 16mm, quindi tenere tutto in bolla e dominare le distorsioni non è un’attività semplice, se si stanno fotografando architetture. Diverso è per soggetti e situazioni, dove il discorso si fa relativo, dove la distorsione prospettica può costituire un elemento creativo.
In conclusione, l'uso del grandangolo
Più in generale, l’uso del grandangolo introduce una prospettiva diversa, enfatizza linee e forme, le immagini si fanno più dinamiche e si è costretti ad entrare di più in una situazione, per coglierne l’essenza (Robert Capa docet). La moltitudine di elementi che possono essere inseriti nel fotogramma può mettere in difficoltà, in alcuni contesti, ma la narrazione può giovarne a sua volta.
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Verso il Rifugio Sebastiani
Rifugio Vincenzo Sebastiani, 2150mt
Eccomi nuovamente in Abruzzo. Il tragitto da Rocca di Mezzo, dove ho prenotato una stanza d’albergo, al Rifugio del Lupo è breve, sbarco dal fuoristrada e inizio a godermi lo stacco netto tra la piana verde solcata solo dalla mulattiera chiara. I profumi naturali si mescolano a quelli del bar del rifugio, che pare aver messo su un corposo caffè. Mi ero ripromesso di iniziare la salita verso il Rifugio Sebastiani, 2150mt, di buonora, ma non mi è riuscito ed il sole è già alto. Nonostante questo, le temperature sono tutto sommato permissive e la sofferenza non sarà mai proibitiva.
Salto la traversata dei Piani di Pezza, già affrontata un paio di giorni fa, e mi avvicino al tabellone del Club Alpino Italiano; qui apprendo la durata stimata della salita e la direzione da seguire.
I Piani di Pezza
Il pianoro è accogliente, tutto avvolto da vette che in alternanza disegnano angoli acuti e meno accentuati, altre sono morbidi colli che seguono un andamento sinuoso. Più in basso alcune vacche si spostano in gruppo, dandomi l’impressione che in questi luoghi si pratichi ancora una forma di transumanza, conferendo ulteriore carisma alla traversata. Perso in una divagazione Texiana sui Piani di Pezza, mi scopro a pensare a quale sarebbe il punto preferibile per accamparsi, magari al sicuro da agguati notturni da parte di indiani o fuorilegge. Un buon fuoco ed una pietanza che ribolle nella padella, chiudono l’avventurosa digressione. E’ tempo, infatti, di puntare verso il Rifugio Sebastiani.
Route Nazionale AGESCI del 1986
In questo luogo si respira la storia dello scoutismo, della Route Nazionale AGESCI del 1986 mi è stato raccontato ed ho sempre provato ad immaginare quanto intensa sarà stata l’esperienza. Condividere questi spazi ampi con tanti altri scout, con lo stesso spirito, con la stessa voglia di aggregazione e di apertura alla vita mi emoziona anche oggi, che tanto più ragazzo di certo non sono.
In rete è possibile reperire del materiale video della Route Nazionale AGESCI del 1986: una distesa di tende ricopriva gran parte dell’appezzamento, in un accampamento brulicante di giovani attraversato da una strada bianca curvilinea, la stessa che ripercorro quest’oggi per giungere al punto da cui iniziare la salita verso il Rifugio Sebastiani. Qui, Papa Giovanni Paolo II celebrò una messa e l'altare è ancora lì a testimoniare l'evento.
Il sentiero CAI
La prima salita del sentiero CAI è abbastanza agevole, a patto di avere delle scarpe da trekking anche le articolazioni ne risentono relativamente. Qua e là incontro gente (sempre nelle parti più semplici, mica in quelle più impegnative…), sono immerso nei faggi e gli odori e la frescura accompagna i miei passi. Il grosso masso, segnato dal CAI è un buon compagno di sosta, bagno le labbra e ricontrollo l’altezza dei bastoni da trekking, migliorabile.
Più avanti il percorso è scoperto, il sole si sente, consola la bellezza del panorama, fatto ora di rocce calve solo in piccola parte coperte da arbusti. Salendo, tutto si fa più ripido, in alcuni punti preferisco riporre l’attrezzatura e superare l’ostacolo arrampicandomi sulla pietra, che mi appare più sicura, meno mobile. Ma si tratta di scelte personali.
Oltre le cime
Man mano che i metri sotto i piedi si fanno importanti, il panorama cambia e lo sguardo corre verso le cime, che con il bel tempo sono ben visibili. Certo, il fascino della montagna con grigiore del tempo autunnale ed invernale è altra cosa, ma questi luoghi ne riservano una buona dose anche così. Tempo dopo, sono al tabellone segnaletico del Club Alpino Italiano, quello che mi comunica che, volendo, ci sarebbe da inerpicarsi sino al Velino, da qui. Un brivido mi percorre, è da tempo che non mi avventuro in salite del genere e non so bene cosa aspettarmi, non essendomi documentato. Un barlume di lucida maturità fa capolino, non è per oggi. In più, a pomeriggio il meteo dovrebbe cambiare, non è il caso di sfidare la natura in quota. Tiro dritto per la via del Rifugio Sebastiani, che già, nell’ultima ora, si fa ripida.
Prima di quanto attendessi, alcune nuvole iniziano a farsi vedere in lontananza, verso la cima ce ne saranno alcune ad aspettarmi. La natura qui è maliosa, accarezza le corde giuste e fa apprezzare l’intrigo dal sapore ancestrale, fondato sul binomio uomo-natura, tra amore e competizione. Quella sana, però, quella fatta senza barare, con onestà.
Il Rifugio Sebastiani, 2150mt
Rifugio Sebastiani, 2150mt. L’ultima parte rocciosa lo nasconde, poi si mostra, con un costone di monte alle spalle. E’ un riparo accogliente, con spazi dove trascorrere del tempo e ripararsi dalle intemperie. Ne approfitto per una breve sosta e per le mie fotografie. Riprendo fiato, assieme alla mia compagnia decidiamo di fermarci giusto quanto occorre per rifocillarci, le nubi si sono fatte più insistenti e farsi sorprendere qui da un acquazzone non è tra le opzioni.
Il profumo delle pappardelle al ragù di pecora aleggia nell’aria, con delizia ci si muove attorno al rifugio dedicato a Vincenzo Sebastiani, colui che individuò il punto dove erigerlo, ingegnere e caduto medagliato durante il primo conflitto mondiale.
E’ ora di scendere, non prima, però, di aver lasciato lo sguardo lanciato oltre le cime. Sazio di una diversa prospettiva guadagnata e da far mia, comprendo dalla compagnia che è maturo il tempo, un ultimo saluto alla bandiera del Parco regionale Sirente-Velino e ci si mette in marcia.
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Diga di Monte Cotugno, un ponte sulla Basilicata
Diga di Monte Cotugno, un ponte sulla Basilicata. I miei momenti itineranti nelle terre del Sud si perdono nella notte dei tempi, ma questo intrigante luogo di terra e calcestruzzo mancava al personale appello ed ero intenzionato da anni a mettere riparo.
Verso la diga di Monte Cotugno
Campo base a Castellaneta Marina, nella Puglia tarantina, in una giornata agostana mi avvio verso il paese di Senise, in provincia di Potenza, attraversando il confine con la Basilicata tra la marina di Ginosa e la storica Metaponto. La temperatura, di per sé poco confortevole, è mitigata nel suo effetto accalorante da una brezza a basso tasso di umidità e leggermente più fresca, così spingermi nelle aree argillose e brulle non mi affligge più di tanto.
Con i due corpi macchina di cui parlerò più avanti, uno dei quali di backup, sono pronto per gli scatti di questo articolo e dell’articolo settimanale su Secret Village.
Il ponte sulla Basilicata
Non particolarmente annunciata dalla strada, la diga di Monte Cotugno si svela con risalendo un colle e attraversando una galleria. La prima impressione incuriosisce: a colpire è più il ponte che la diga in sé, poco appariscente nonostante vanti un primato non trascurabile. La diga di Monte Cotugno è, infatti, la più grande in Europa, tra quelle realizzate in terra battuta.
Il ponte, la SS 653 "della Valle del Sinni", si percorre in auto e scattare è possibile solo con qualche contorsionismo che non sto a spiegare, ma è percorrendo le terre che si bagnano nel bacino che si colgono le emozioni più intense.
Entrambe le strutture sono maestose, certo, ma la diga con la sua graduale salita ed il coronamento semplice, dissimula la propria mole (sempre quella che gli è valsa il primato) che si impone sul fiume Sinni.
Attraverso la sponda, scendendo la prospettiva muta, sono quasi a livello delle acque della diga e gli elementi che prima equivalevano la mia altezza, ora si innalzano al cielo.
Approfitto di questa nuova visione del mondo per accogliere tanto di questa veduta con il Fujinon 16mm f/2.8 e per lasciarmi incantare dai colori offerti dal 23mm f/2, sempre Fujinon.
Le lenti Fujifilm e la X-T4
La distorsione del 16mm, focale che su Aps-c assume un angolo di campo all’incirca pari a quello di un 24mm, non è elevata, in certi momenti pare quasi che il Fuji 23mm sia più avvolgente (passatemi il termine). Questa volta ho usato di più la Fujifilm X-T4, relegando al compito di backup la X-T2, così da poterne esplorare meglio i confini. Ci metto un po’, ma poi traggo le mie conclusioni.
A livello di comfort il grip offerto è migliore, il corpo sfugge meno e di conseguenza minore è lo sforzo dei muscoli della mano per trattenerla. Non impazzisco per l’effetto gommoso del grip, ma riconosco che aiuta a tener salda la presa. I comandi sono nei posti giusti, il pulsante fn è un pizzico “infossato”, ma tutto si controlla bene. Mi sarei tenuta la ghiera per la selezione della modalità di misurazione esposimetrica sotto quella dei tempi, come nella XT-2, invece di vedermi comparire la selezione foto/video. Questa, però, è una questione di gusti ed utilizzo, mentre in generale le ghiere mi sembrano più contrastate nella XT-2: la Fuji XT-4 me la ritrovo spesso e volentieri con le impostazioni variate. Per le disquisizioni sulle caratteristiche dei file rimando ad una prossima trattazione, in questo articolo mi permetto solo di accennare ad una migliore tenuta ad alti iso.
In conclusione, la necessità di recarmi alla diga di Monte Cotugno per scrivere gli articoli del blog personale e per Secret Village, ha permesso di approfondire la le caratteristiche della nuova Fujifilm arrivata, oltre che di perdermi nella bellezza di questi luoghi.
Al cospetto del Castello di Bernalda
Al cospetto del Castello di Bernalda. In una soleggiata giornata di agosto mi concedo una visita che rimando da tempo, scrivo alcune righe sul mio taccuino, che mi occorreranno per l’articolo e mi godo la veduta basilisca sulla Valle del Basento. In effetti, questa atmosfera avvolge, sono tante le sfumature di colore che si vedono, l’umidità estiva rende opachi i colori e sfuma i contorni delle vette in lontananza.
Brevemente gli scatti proliferano ed è tempo di procedere alla scelta di quelli giusti.
Soddisfatto, lavorerò sulle fotografie e sulle righe che si leggono sul mio sito e nel blog di Secret Village. Il castello è un monumento, si erge contro le nuvole (assenti) e si impone alla vista. Le sue torri sono ampie e danno sicurezza, senza perdere l'armonia delle forme.
Nel mio girovagare per le bellezze italiane, inviato o spontaneamente errante per gli articoli e per le fotografie, vivo le emozioni del mio compito. Documentare l'evoluzione dei luoghi, le storie, le architetture e le tradizioni è una missione, una vocazione. La mia.
Torniamo a "Al cospetto del Castello di Bernalda" - La statua di San Bernardino
Bernardino da Siena, patrono di Bernalda, è il santo al quale è dedicata la chiesa che sorge difronte al Castello di Bernalda, al di là della piazza. Appena fuori dal luogo di culto la statua di San Bernardino da Siena, sollevata da terra da due blocchi lapidei e da una passerella metallica mi stimola delle pose.
L'opera è stata lavorata dall'artista Nicola Morelli, celebre scultore italiano di origine materana, e mostra il santo senese in una posa fluida, solenne senza risultare inautentica.
Realizzata in bronzo, spicca nel chiarore delle pareti della chiesa e della piazza, avvolta dagli edifici del centro storico di Bernalda.
Il mio articolo su Secret Village











