“Solitudine e sete” di Fedele Dalessandro: un viaggio nel cinema indipendente
“Solitudine e sete” di Fedele Dalessandro: un viaggio nel cinema indipendente. Il cinema indipendente italiano ha spesso la forza di saper accendere i riflettori su quelle zone d’ombra della psiche e della società che le grandi produzioni tendono a trascurare. Ciò, spesso, rendendole corollario oppure elemento su cui accentuare la spettacolarità. “Solitudine e sete”, il mediometraggio del 2019 diretto dal regista pugliese Fedele Dalessandro è stato per me scuola e laboratorio, emozione e fotografia.
L’opera si configura come un viaggio intimo, doloroso e profondamente realistico all’interno di tematiche delicate come l’emarginazione, il bullismo e l’alienazione sociale. Temi, questi, di grande rilievo sociale, costantemente protagonisti nelle cronache quotidiane.
Trama e tematiche al centro del mediometraggio
Al centro del racconto troviamo uno spaccato di vita drammatico, dedicato a chiunque abbia subito vessazioni e umiliazioni durante la complessa fase dell’adolescenza. Il protagonista trascina ogni giorno un passato pesante, come Sisifo con il suo masso: la morte della madre e l’assenza della figura paterna fanno da sfondo ad un’esistenza segnata dal rifiuto e dalla discriminazione. E questo, non solo da parte di una società adulta distante e poco attenta, quanto anche da parte dei coetanei.
Dalessandro sceglie di non limitarsi al racconto dell’atto in sé, ma esplora le conseguenze a più ampia scansione temporale. L’emarginazione vissuta in gioventù non svanisce con l’età adulta, ma si sedimenta, condizionando la maturità dell’individuo e trasformandosi in una sete costante di comprensione e riscatto. Da qui il titolo, Solitudine e sete.
Il circuito festivaliero
Dalla sua uscita, “Solitudine e sete” ha saputo conquistare un pubblico attento attraverso alle tematiche sociali. Il percorso di proiezioni sia nazionali che internazionali è dimostrazione del valore universale del suo messaggio.
“Solitudine e sete” di Fedele Dalessandro: un viaggio nel cinema indipendente
Il film ha vissuto una prima d’eccezione presso la Cineporto dell’Apulia Film Commission. Successivamente è approdato in importanti festival italiani come l’Adriatic Film Festival, il Rome International Film Festival e lo storico Inventaunfilm (nella sezione 20/60).
Le sale italiane, il legame con il territorio
La prima nazionale italiana si è tenuta al Cinema Margherita di Putignano (BA), presentata dal giornalista Rai Daniele Rotondo, seguita da proiezioni di rilievo tra cui al Cineporto di Bari. L’evento, organizzato in collaborazione con l’Apulia Film Commission ed in giro per l’Italia, ha segnato il debutto internazionale di Solitudine e sete.
Il mio lavoro
Un elemento fondamentale per la resa emotiva del mediometraggio è rappresentato dal lavoro di fotografia e dal documento che ne emerge e che si sfoglia sulle pagine dei giornali. Nella pellicola ho ricoperto il delicato ruolo di fotografo di scena e assistente di ripresa (affiancando Valeria Schino nella direzione della fotografia). Questo mi ha permesso di dedicare attenzione agli scatti ed alle atmosfere, raccontando il film in molteplici istanti.
La fotografia di scena non è una semplice documentazione del set, quanto l’arte di fissare l’emozione e le atmosfere del girato. Occorre sensibilità – i grandi insegnano – e la capacità di catturare l’anima dei personaggi in un singolo fotogramma statico.
Uno dei commenti, di cui vado in tutta sincerità molto fiero, recitava all’incirca così: Di Mauro, fotografo di reportage con una accentuata sensibilità per la documentazione sociale e antropologica, è riuscito nel difficile compito di tradurre in immagini statiche la stessa desolazione e la stessa disillusione che muovono il protagonista. Sul set, l’obiettivo di Michele è riuscito a fermare i picchi emotivi più intensi della storia. In questo lavoro provato a tracciare un parallelo con il reportage di quelli che considero i miei maestri, imparando una lezione.
Il racconto attraverso tagli netti, forti contrasti di luce ed uso delle geometrie offerte periferie urbane, le foto amplificano visivamente il senso di vuoto ed alienazione che soffoca il protagonista. In questo ho avuto una buona spalla: la forte sintonia e la storica amicizia con Fedele Dalessandro hanno permesso di esprimere liberamente le mie idee. L’intento era di uniformare i linguaggi e cioè che lo stile del film e quello del materiale promozionale parlassero esattamente la stessa lingua.
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