Play, rec: quando l'immagine si crea e quando si documenta
Il fine giustifica sempre i mezzi? Quando l'immagine si crea e quando si documenta?
E' indubbio che una immagine, pur non esattamente naturale possa ospitare in sé un significato e dei contenuti che per quanto creati all'uopo, permettano di esprimere un concetto. Anzi, chi escluderebbe che in molti casi sia proprio così?
Pensiamo ad una "pubblicità progresso" in tivù, è giusto quello che accade: una serie di scene che ricreano situazioni di vita per veicolare un messaggio.
Eticamente, dunque, nulla di strano all'orizzonte. Viene da domandarsi, a questo punto, se tutto ciò presenti dei confini, quando l'immagine smette di seguire lo scopo e prende vita propria distorcendo il messaggio stesso.
E' esattamente quel che mi chiedo mi si presentano innanzi quelle immagini che, pur in costanza di una situazione di allarme sociale, di una certa crudezza, di forte connotazione, rendendomi conto che lo scatto è già un filtro creato dall'occhio di chi maneggia la macchina.
Certo, c'è poi il filtro di chi è al di là dell'obiettivo, ma concentriamoci per un attimo sull'attore e non sull'utente.
E così, è vero che il fine giustifica sempre i mezzi?
Non sempre, a mio parere. Lasciar marcire una mela per sensibilizzare gli individui a non sprecare il cibo è già sciupio. Si potrebbe obiettare che al sacrificio di una mela corrisponderà la salvazione di mille, forse milioni, ma subentra una questione morale, massimi sistemi esistenziali (un po' il sistema dei sistemi di un noto film, se non Galileo!) ed infine, l'etica di chi preme il pulsante di scatto e magari riarma l'otturatore, ri-scatta, rivive, ripropone.
Il confine è davvero poco consistente, non argina, l'abilità di chi scatta sta nell'inquadrare un messaggio, senza calpestare l'anima del soggetto, la dignità dell'immagine risiede in questo.
Il compito del fotografo
In un fumoso mondo in cui la manipolazione è cosa di ogni giorno, il fotografo è chiamato ad un compito di alto profilo morale, la conservazione dell'anima, della sfera astratta dell'oggetto di inquadratura; la vita vera predomina sulla scelta di orientare l'obiettivo.
Pensiamo alle immagini di Tano D'Amico, che tanto insegna ancora oggi attraverso i suoi discorsi e, ancor più, a mezzo delle sue fotografie, in cui la scelta di cosa immortalare è chiara, emerge, così come si rilevano le sue idee socio-politiche, ma la realtà fissata sulla pellicola è vera, tangibile, senza filtri di sorta.
Non è ambiguo, concludo, che pure in considerazione di tutto quello che è scritto poco sopra, una certa misura di libertà debba essere assicurata al fotografo, il contrario sarebbe in ogni caso deleterio e opacizzerebbe la trasparenza che dovrebbe regnare durante lo scatto, senza però indulgere eccessivamente nella giustificazione del mezzo per un risultato, che potrebbe risentirne a sua volta, manifestando una problematica faziosità.
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25 aprile, Liberazione e luoghi di confino - Carlo Levi
Gli ultimi cinque gradini mi separano dalla terrazza, di lì a qualche momento avrei visto la Basilicata con gli occhi di chi ha vissuto in prima persona l'inesorabile ghigliottina autoritaria, di chi, accompagnato al confino, avrebbe guardato decine di tramonti da quella fissa postazione di vita.
La dimora di esilio interno alla nazione ove alloggiava Carlo Levi è una palazzina di alcune stanze con una veduta certamente intrigante, ma che per via del frantoio posto al piano terra, sarà stata capace di causare non poche emicranie.
Eppure, i ricordi e la produzione dello scrittore torinese sono apprezzati ancora oggi e rappresentano un valore umano senz'altro elevato.
Gli anni globalmente trascorsi nelle terre del Sud Italia, infatti, furono la base su cui egli fondò le pagine del romanzo Cristo si è fermato a Eboli, opera sopraffina.
Aliano, i luoghi di confino
Volgere lo sguardo alle terre argillose ed a quella porzione di Aliano è stato intenso, ho provato ad immaginare e ritrarre quella che poteva essere una giornata ventosa sulla cima dell'edificio, vissuta dipingendo i calanchi, il Meridione, la vita a metà del primo trentennio del Novecento.
Ho tentato, facendo ricorso a tutta la mia capacità di astrazione, di immedesimarmi in un uomo che per le sue vedute politiche non gradite al sistema del tempo è stato costretto a lasciare i propri affetti, la propria quotidianità, il suo mondo, dunque, per abitare luoghi nuovi e tanto diversi.
La Basilicata d'oggi, emerge dal confronto con le parole di Levi, non è quella di quasi un centennio fa. Ancor più, la vita e i costumi dell'epoca erano davvero diversi dal contesto dell'autore piemontese.
La vita contadina, la religione fusa con i riti pagani, il mistero e la magia che ammantavano pratiche e retaggi, la pastorizia, la fame, le difficoltà di ogni giorno, si presentavano certamente in altra veste rispetto a quella della città.
I ritmi, blandi nella sua prospettiva, la ripetitività che scandiva le giornate, saranno apparsi incolmabili da qualsivoglia attività. Ciononostante, egli ebbe a documentare con la sua arte i volti, i panorami, le usanze, lasciando una testimonianza impagabile.
I calanchi di Aliano
I toni chiari delle formazioni grinzose, intervallati soltanto da macchie di verde intenso, col sole, riflettono una luce avvolgente. Risalendo la strada, un terrazzamento si apre al lato del pendio, offrendo una finestra sui calanchi alianesi. Accostando con l’auto, inizia a prendere profondità la veduta di questo angolo brullo di Basilicata, una frastagliata distesa che si perde nell’orizzonte.
La modesta flora, rappresentata da sparute presenze, accresce l’attrattiva. Alcuni scatti per Secret Village si alternano ad altri per un lavoro personale, nella pace del deserto di calanchi il rumore sommesso dell’otturatore pare riecheggiare nell’aria
25 aprile, Liberazione
I tratti storici descrivono una sostanziale ritirata in corso, la resa di Caserta sarebbe stata firmata solo alcuni giorni dopo, alcune città (tra cui Torino) erano già state liberate dai gioghi nazista e fascista, e nel 1946 fu deciso di proclamare l’Anniversario della liberazione d’Italia il 25 aprile, istituzionalizzando la festa nazionale.
Fermo sul punto più alto della casa - così lo immagino - all'altro capo della Penisola (e per quanto detto prima, del mondo), poco più che trentenne, diviso tra scrittura e pittura (fu un pennello nobile, questa fu la sua prima e forse principale vocazione), tra ritratto e descritto, tra diverse correnti, sospinto nei pensieri da una brezza robusta, preso a mirare l'infinito e le terre basilische che si stagliano a perdita d'occhio, mentre al di sotto i passi stanchi delle genti di rientro dalle campagne rintoccano alla rinfusa.
La fotografia
Lo scatto è proprio del tetto della casa in cui Carlo Levi scontò il suo confino ad Aliano, paesello del potentino che dal colle ove alloggia domina la Val d'Agri, segue i suoi movimenti, la impreziosisce con i suoi caratteristici vicoli, scandendo un intervallo tra i calanchi.
I miei occhi, sollecitati dal vento, si chiudono per qualche istante, mi scopro a vagheggiare su tutto questo e ad indossare idealmente i panni dell'illustre pensatore, che qui venne a prender dimora nuovamente dopo aver abbandonato le spoglie terrene.
Cristo si è fermato ad Eboli - Michele Di Mauro Fotografia
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Mario Dondero, continua ispirazione
Il pomeriggio si avvia alla sua conclusione mentre sono di ritorno dalle terre salentine dove ho trascorso il weekend ad occuparmi delle mie fotografie ed a ritemprare fisico e spirito.
La cara Maria Lanotte, all’interno della sua EOS home gallery ha aperto una mostra di alcuni scatti di Mario Dondero e per l’occasione, invitato alcuni fotografi, un consesso di occhi del nostro tempo a cui assistere con grande attenzione.
Le foto ritrovate. Inediti dall'archivio della vita.
Le foto ritrovate. Inediti dall'archivio della vita. Il titolo della mostra, inaugurata a Fermo, dove il fotografo ebbe a trascorrere l'ultima parte della sua esistenza dopo la parentesi parigina, introduce una serie di pose che fermano nel tempo frammenti di teatro, di borse valori, di quotidiana realtà a Cuba, in Irlanda, nel continente africano.
L’intervento di Maurizio Garofalo ha posto sotto un’altra luce l’occhio del fotografo, ne ha ampliato i confini, la narrazione di Uliano Lucas, illuminante, ha offerto uno spaccato profondo dei moti interiori che spingono un uomo a documentare il suo tempo, assieme alle parole di Francesco Cito.
Dondero, i cui scatti campeggiavano in una veste di attenta e gradevole stampa, è stato uno dei fotogiornalisti più significativi del Novecento. La documentazione del sociale, delle sue connotazioni, dei costumi, degli avvenimenti che lo segnano, sono al centro della produzione.
Dagli inizi nel Bar Jamaica, storico luogo dove che negli anni Cinquanta fu ritrovo di fotografi che dovrebbero oggi essere studiati nelle scuole, poiché costituirono la vera informazione sulla evoluzione del mondo, alle cronache de L’Europeo, de L’espresso, di Epoca, la nostra storia è passata attraverso i suoi occhi.
La sua predilezione per il bianco e nero, ed in generale l’esclusione di ciò che può portare distrazione, è un punto fermo per lui, la condivido nella misura in cui tendo a non occuparmi del colore se questo non rientra nel messaggio che lo scatto vuole condividere.
L’occasione di osservare le stampe, di poterne valutare con calma l’atmosfera, conoscere il contesto delle immagini, è sempre una opportunità di crescita, dalla carta si traggono molte informazioni (così pure sulle proprie foto).
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Distanti - Scatti e frammenti di spiritualità in tempo di Covid - Michele Di Mauro Fotografia
Manifestazione no TAP - Michele Di Mauro Fotografia
Distanti - progetto fotografico
Giunge il tempo, a breve distanza (è appena il caso di dire) si scorge la luce in fondo al tunnel, in ogni scatto che compone il progetto c'è una storia, in ogni momento immortalato si nasconde un sentimento, una emozione.
Si profila all'orizzonte una certa trafila, quella che riguarda l'edizione, la stampa, la mostra, cosa, dove, quali contenuti e quali testi, come affidare al mondo la testimonianza e con quale modalità dare la luce a circa due anni di ricerche, scrittura, fotografia.
A questa sorta di diario confido un certo timore reverenziale che mi accompagna da tempo, considerata la caratura di quegli eccellenti fotografi che hanno scritto pagine di memoria eterna e dei quali sfoglio i libri con rispetto e con ammirazione.
Loro, siano Tano D'Amico, Ivo Saglietti, Gianni Berengo Gardin, ed ancora altri che han segnato (in positivo) il mio cammino fotografico, sono con me ad ogni passo, gli insegnamenti umani e tecnici mi animano i ogni mia produzione, oggi certamente più matura, ma sempre riconoscente.
E' iniziata la ricerca degli appunti presi e lasciati in giro all'interno dei soliti luoghi in cui pensi di ritrovarli e dove non si è ancora scoperto come, non rimangono mai! Devono essere preda di qualche spirito burlone con cui dovrò decidermi a chiacchierare, prima o poi.
Fortuna che, date le innumerevoli esperienze infelici, una dose di giudizio ha finito per pervadermi e ho iniziato ad organizzare meglio gli appunti.
L'agendina, compagna di vita
Le molte mete che vorrei visitare e che vorrei documentare sono segnate nella mia fida agendina, in quella consunta banca dati che mi segue, che contiene le idee da mettere in pratica, le sensazioni provate in un luogo, la stesura grezza di testi che accompagnano le pose, le serie, spunti e pensieri.
A questo giro ai testi ho appena contribuito in fase di revisione, tutta l'espressione personale è condensata, per mia parte, nelle fotografie che costellano gli scritti, che narrano visivamente questa storia che non si immaginava certo di dover vivere.
Una collaborazione intensa, frutto di un incontro profondo di animi e visioni del mondo, della vita, della spiritualità, che ha permesso la stesura di un progetto che, amerei, fosse di ispirazione, oltre che di documentazione. Una finestra aperta che affacci sull'interiorità nel delicato periodo della pandemia di Covid-19, idealmente.
Mi perderò nelle trame della carta stampata, ne sono certo, a giorni il test per valutare la postproduzione (per quella poca che faccio, non vorrei fosse anche errata) prima dell'iter per la divulgazione entrerà nel vivo ed io avrò la testa ancor più tra le nuvole.
Spiritualità in tempo di COVID – Michele Di Mauro Fotografia
Parole e musica
Parole e musica: fotografia e scrittura nel reportage. Il racconto, così come la documentazione e il lavoro di reportage, possono assumere una veste che coinvolge sia la raffigurazione fotografica del mondo e dei temi, quanto la loro descrizione operata per mezzo della scrittura.
Gli articoli, le didascalie, se alcune volte seguono la fotografia specificandone il contesto, gli aspetti che non si colgono, in altra occasione vedono invertiti i propri ruoli, così assumendo la stessa il ruolo rafforzativo dello scritto, dettagliandolo.
Uno dei motivi per cui "tengo" questo blog è proprio poter parlare delle tematiche che mi appassionano, condividendone i contenuti in un modo che trascende quello puramente estetico-visivo, abbracciando la parola per affrontare gli argomenti assieme alla fotografia, perché si integrino tra loro.
Non nego, altresì, che la scrittura sia uno dei miei amori più inconfessati (beh, chi mi legge un'idea se la sarà fatta!), specie se giornalistica. Sai mai che un giorno...
Tastieristi.it ed Enzo Messina
L'interesse e l'inclinazione per le lettere che si rincorrono su di un foglio bianco mi hanno portato ad incontrare il desiderio di dare un volto a base di caratteri, dei cari amici di Synth Cloud per www.tastieristi.it , di Daniele Manfredi, con cui abbiamo stretto un rapporto di stima, di affetto e progettuale nel tempo, e di Enzo Messina, musicista professionista e persona deliziosa, il cui modo di recensire gli strumenti è vicino al mio di viverli.
Ogni strumento comunica una serie di informazioni uditive, certo, ma con una componente più intensa, che tocca più in profondità. Scriverne non è certo semplice, si tratta di coglierne alcune sfumature, l'essenza, ma è appagante.
Parole e musica: fotografia e scrittura nel reportage
All'interno degli studi si respira un'aria amichevole, capita che mi aggiri con la macchina fotografica e che mi conceda alcuni scatti in libertà, molti dei quali, poi, rimarranno a memoria del lavoro compiuto nei vari settori.
Qualche volta questo si articola in alcune pose richieste, altre si compone di momenti fugaci di lavoro musicale, ritratti con leggerezza, e forse sono questi a costituire il documento meglio rispondente alla realtà.
Il saluto e la bella dedica riservatimi al termine del video di MeX, sono stati lo spunto per questa breve riflessione, che condivido.
Il video: https://www.youtube.com/watch?v=-bq8m7Ltu0w
Il blog: https://www.tastieristi.it/blog/kurzweil-pc3le-by-mex/
Il blog: Michele Di Mauro, Autore presso Tastieristi.it
Il circo delle emozioni, il videoclip
Alcuni giorni fa è stato presentato ufficialmente il video del brano inedito della band Sambuca shot, tratto dall'album prossimo all'uscita, SUD.
E' stata un'esperienza piacevole ed illuminante dirigerne la fotografia e dedicarmi alla mia dimensione di fotografo di scena, lavorare con un gruppo affiatato ed accogliente, con la consolidata e complice compagnia del regista Fedele Dalessandro.
Si legge sul sito web dei Sambuca shot:
"Grande esperienza, umanità e competenza per il gruppo che ha seguito ed interpretato in immagini il nostro primo videoclip, in uscita a brevissimo e che anticipa l'uscita del nostro primo album dal titolo "SUD".
Il brano dal titolo "Il Circo delle Emozioni" esprime le mille sfaccettature emotive che quotidianamente ciascuno è costretto a vivere e gestire indossando una maschera per ogni stato d'animo vissuto.
Il regista Fedele Dalessandro, già director di mediometraggi e lungometraggi, nonché concorrente al David di Donatello nel 2015 e menzionato come professionista nei registri dell'Istituto Luce, ha curato con professionalità e dedizione la regia del videoclip esprimendo attraverso l'occhio della cinepresa il significato del brano.
Fedele si è avvalso della collaborazione del figlio Cristiano Dalessandro nella figura di assistente alla regia con il quale si è confrontato sui punti di ripresa più opportuni, sulla scelta dei piani da mettere in atto e nella fase di post produzione i tagli più significativi.
Il circo delle emozioni - la terna creativa
A chiudere la terna creativa c'è Michele Di Mauro che, con la sua esperienza in campo fotografico ha suggerito in qualità di direttore della fotografia le soluzioni di illuminazione più appropriate oltre ad essere fotografo di scena.
Siamo ormai in dirittura d'arrivo e, a breve, sarà presentato il video musicale del primo brano inedito del nostro gruppo.".
Alcuni scatti sono già presenti nella sezione Assignments il circo delle emozioni - Michele Di Mauro Fotografia, più in basso, invece, il link del trafiletto riportato e del giorno della "prima".
Link:
https://sambucashot.it
https://sambucashot.it/10-news/11-il-circo-delle-emozioni.html
https://tinyurl.com/nhnp6hse
https://micheledimaurofotografia.it//il-circo-delle-emozioni/
https://www.instagram.com/p/CeqpjwFo5oH/
Ritorno a San Biagio
E’ passato qualche tempo dall’ultimo periodo trascorso nella comunità di San Biagio, durante la mia sosta precedente avevo realizzato alcuni scatti, allora, invece, ho pensato di posare la macchina fotografica e godere del breve tempo passeggiando e dedicandomi alla mia interiorità.
Ho piacere di rivedere volti amici, un luogo dove si può riscoprire il senso della vita, o comunque abbracciarne un lato sano, staccare con le afflizioni del quotidiano, che poco lascia a sé stessi.
Ritorno a San Biagio
Nei giorni in Lazio alternerò un po’ di lavoro nell’area geografica della Tuscia, fotografando alcuni posti e raccontando luoghi, ad una esistenza più lenta, scandita dai rintocchi di una campana che suona alla vita senza assordarla.
L’aria attorno al monte Taleo è fresca, pura, dalla parte scoscesa che guarda a Subiaco la veduta è incantevole, rasserenante. I colori sono sempre intensi, anche in estate, figurarsi in inverno!
Alcuni momenti della giornata sono scanditi dalle attività che si fanno insieme, che si vivono in dimensione comunitaria e dove si creano ambienti di condivisione, di confronto.
Ho alcune pose di questi frangenti, sono piccoli frammenti di scambio, di conoscenza, di analisi profonda dell’esistenza e di ciò che vi gravita attorno.
L'attrezzatura
Volendo chiacchierare un po’ in tema di attrezzatura, questa volta partirò pesante (andrebbe virgolettato, i miei corredi sono abbastanza rispettosi della schiena) dovendo portare con me parte dell’attrezzatura Sony ed il corredo Fujifilm.
Alla sempre affidabile A7 terza serie accosterò la X-T2, e ciò poiché per alcuni ambiti lavorativi fa comodo poter contare su di un file duttile e dettagliato come quello della Sony, alla quale accosto gli obiettivi Zeiss 35mm e 55mm. Quest’ultimo, nello specifico, è una delizia, avesse la ghiera dei diaframmi sarebbe meglio, ma la resa (un pochino meno ai bordi, però ci si convive) è ottima.
Avrò con me anche la Fuji, quella che utilizzo come daily e per i progetti personali, con il consueto corredo 7artisans, giacché faccio fatica a trovare una serie di lenti in cui la messa a fuoco manuale non sia by wire, bensì meccanica.
Benché la qualità non sia eccelsa – ma molto più che sufficiente, ne parlerò in un altro articolo – sono obiettivi che si sposano bene con il mio ideale di fotografia: credo che si debba trascendere la purezza tecnologica per curare il messaggio ed il mezzo che sentiamo più indicato per esprimere quello che abbiamo dentro sia quello da preferire, al di là del produttore che lo marchia.
Rispetto ad altri perdono qualche punto in dettaglio, ma focheggiare a mano risulta una piacevole esperienza ed hanno una buona riserva di luce, considerando che il più aperto dei diaframmi si attesta ad f/1.2 (quello del 35mm).
Senza dubbio saranno giornate interessanti, passerò dalla meditazione al ritmo fotografico “che manco National Geographic”, mi auguro solo di non invertire i mood delle due situazioni.
Alcuni scatti qui: San Biagio - Michele Di Mauro Fotografia
35mm f/1.2 Mark II APS-C lens for E/EOS-M/FX/M43/Z – Official 7Artisans Store
Prospettive
Un mendicante
tende la sua mano
piena di stelle.
Prospettive, haiku, misericordia
L’Haiku è una forma di componimento poetico giapponese, particolare ed interessante nella sua strutturazione.
Le rime che si leggono sono della poetessa e cara amica dallo pseudonimo di Battello Ebbro, che con i suoi scritti rende il mondo più vivibile.
Ora riflettiamo: possiamo dirci certi che quando “facciamo l’elemosina” siamo noi a dare qualcosa e non a riceverla? O quantomeno, siamo certi che non si instauri un rapporto bilaterale e corrispettivo (sapete, quello che in avvocatese si definisce sinallagmatico) in cui siamo noi a dare qualcosa di materiale ed allo stesso tempo a ricevere un dono immateriale?
Il rapporto, le prospettive
Si potrebbe immaginare che l’utilità maggiore la ricavi il soggetto meno fortunato, il quale sfamerà il fisico, ma allargando il campo visivo si dovrebbe considerare anche la rilevanza del gesto stesso che regala umanità e misericordia (tema sempre tanto caro all’immenso Tano D’Amico) a chi lo compie.
In uno scatto, così, sono portato a pensare che quando ritraggo un momento, documento qualcosa o taluno, rendo un servizio, genero utilità in qualche modo – se ciò avviene correttamente – e ne traggo poiché nell’immagine ho fissato un mio modo di approcciare la realtà, ho espresso il mio punto di vista, il soggetto mi ha dato voce ed ha liberato una porzione interiore dallo stato di torpore della posa non venuta al mondo.
Il discorso può estendersi all’ambito lavorativo, personalmente non ravviso grandi intoppi nel concepirlo.
Questo è tanto più vero quanto riesco ad elevare la dignità del soggetto e tanto più falso se per raccogliere una manciata di sguardi compiaciuti, like, compiacimento effimero, vado a riprendere una persona, un animale, in difficoltà, in svantaggio con l’esistenza, magari utilizzando un bel preset bianco e nero drammatico.
La dose eticamente corretta si raggiunge abituando lo sguardo, l’animo, il cervello, a soffermarsi sulla parte che non si vede di uno scatto, sull’immateriale, sulla morale.
Manifestazione no TAP - Michele Di Mauro Fotografia
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Leggere le foto del World Press Photo
Il World Press Photo è un concorso di fotogiornalismo, sicuramente una vetrina prestigiosa ed una organizzazione a suo modo vitale.
E’ però anche altro. E’ uno sguardo, una finestra sul mondo, l’opportunità di osservare quello che accade al di fuori del nostro consueto spazio visivo, immortalato in alcuni scatti.
Spesso mi trovo a chiacchierare con la gente, addetti ai lavori o meno, sulle qualità che una posa da WWP “deve” avere per essere premiata o comunque concorrere.
Altrettanto spesso mi trovo in disaccordo. Ridurre una foto giornalistica ad una mera questione di estetica o di tecnica è sminuirne il concetto, la portata.
La prospettiva interiore.
Uno scatto può non essere perfettamente a fuoco, non rispettare la regola dei terzi o differire dalle ripartizioni zonali di Ansel Adams e tuttavia avere molto da raccontare, mostrare una sua profondità, farci capire quello che avviene.
La nostra prospettiva è quella dell’osservatore, no di certo quella del critico d’arte; e non dev’esserlo! In un mondo dove a farla da padrone è la tecnologia, comprendo, un certo grado di attenzione si concede al mezzo, alle potenzialità espresse od inespresse, pesando sulla visione generale delle cose.
Allo stesso modo, quando si guarda una fotografia si tende a valutarne i colori, le sfumature, l’inquadratura e la macchina con cui è realizzata, ciò può anche andar bene se si è dinanzi ad uno scatto in un contesto dimostrativo, come potrebbe essere allo stand fieristico della Nikon, meno appropriato se il concetto centrale risiede nella divulgazione.
Distolti
Forse siamo distolti dalle luci e dagli addobbi delle foto che i social ci propinano ogni giorno, molto spesso fini a loro stesse, senza un’anima o un posto nella società, solo create per stupire (ammesso che ciò possa ancora avvenire), per ammaliare.
Non fraintendiamoci, ho nulla contro una bella posa, ma sono convinto che per ritagliarsi un posto nella sfera di reale interesse debba presentare contenuti, un indirizzo, debba avere un senso. E raccontare, narrare qualcosa, essere parte di una storia.
Cosa ci insegna il World Press Photo
Per capire una immagine si deve compiere quel passo avanti per inserirsi nell’ottica, nell’ambiente che la rappresenta, provare a far proprio il contesto, stimolare l’animo per sensibilizzarlo a carpire tutto quello che non si vede e che va ben oltre un orizzonte non perfettamente in bolla. Molto oltre.
Prospettive - Michele Di Mauro Fotografia
Fotografo di reportage - Michele Di Mauro - Business Storytelling (micheledimaurofotografia.it)
Psiche e fotografia
I tempi recenti hanno sicuramente portato una ventata di cambiamento repentino, di stravolgimento della realtà quotidiana e di corsa al recupero di una serenità interiore ricercata in modi e luoghi differenti da quelli soliti.
Così, siamo stati orientati a cercare tranquillità anche in sede di lavoro, impensabile anni fa, o in altri posti che meno apparivano in relazione con l’interiorità.
La fotografia, intesa a questo giro come quei momenti che separano l’intenzione dallo scatto in sé, è legata a doppio filo con l’equilibrio del soggetto che aziona la macchina.
Difficilmente potremo avere una posa equilibrata se noi stessi non saremo in equilibrio.
Il bilanciamento della composizione, dei colori, dei toni, delle ombre con le luci nel bianconero, parte non solo dalla situazione che si pone innanzi, ma anche – e forse principalmente, a breve spiegherò il mio punto di vista in tal senso – da come ci posizioniamo idealmente difronte alla scena, al mondo.
Psiche e fotografia, la prospettiva
Quando non sono sereno, questa è la mia prospettiva, non riesco ad immedesimarmi nel soggetto che riprendo, non mi integro nella scena ed al tempo stesso non mantengo la giusta distanza, quella equilibrata, appunto, dalla circostanza.
Mi addentro troppo nella questione e non tengo in piedi il lato critico, sono un passo lontano dalla giusta distanza e non entro nel merito, non divento parte (dove serve) del momento.
Mi concederei un esempio (se no continuo a scrivere robe e finisco per capirmi, forse, da solo!). Sono sul palco, sguardo agli attori, il passo in più enfatizza il lato umano ma sacrifica la professionalità dell’artista. Fotografo da un metro in più e lascio indietro l’odore di fatica che si porta appresso una performance, non sono dentro quel mondo ma lo guardo da lontano.
𝙼𝚒𝚌𝚑𝚎𝚕𝚎 𝙳𝚒 𝙼𝚊𝚞𝚛𝚘 - 𝙿𝚑𝚘𝚝𝚘𝚐𝚛𝚊𝚙𝚑𝚢 (@micheledimauro) | Instagram
Approcciare lo scatto fotografico dando il giusto peso, con la leggerezza che richiede la condizione o con la concentrazione sul contesto, connettere psiche e fotografia (psiche e prospettiva), sono convinto serva al soggetto quanto a chi la fa, la fotografia. Sarebbe inesatto meditare sul selfie a mare come avere lo stesso piglio della foto ricordo se si documenta una scena cruenta.
Chi ci dice quando e come entrare in contatto con la scena? Noi stessi.
L’ultima primavera - Michele Di Mauro Fotografia









