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Tavole Palatine, il tempio di Hera a Metaponto

Tavole Palatine, il tempio di Hera a Metaponto. L’assolata costa ionica della Basilicata mi accoglie in estate con i suoi colori e le sue atmosfere placide, giungo al tempio di Hera a Metaponto con la luce che inizia a farsi obliqua e regala tinte più calde ed avvolgenti. Il colonnato davanti a me si innalza fiero sfuggendo al tempo e sfidando ogni meteo, pare lì da sempre e di certo non si scompone alla mia visita. L’aura dorata dona un aspetto meditativo, che rende la sessione di scatto ponderata anche più del consueto, soppesando inquadrature e geometrie.

Metaponto, Basilicata

Sono in zona per del materiale fotografico che andrà a comporre uno dei futuri progetti, mi concedo alcuni momenti senza fretta in uno dei luoghi più scenici della Basilicata. Metaponto fu l'ultima residenza di Pitagora, colonia magnogreca, questi posti sono ammantati di una intensa storicità, che sembra pervadere profondamente.

Le colonne sembrano dormienti, semplicemente testimoni silenziosi di un passato secolare, incuranti di ciò che attorno accade e della vita che sc orre. Preparo la macchina fotografica, mi muovo leggero a questo giro, sono senza una delle mie Fujifilm, la X-T4, e con me ho solo la X-T2 ed un paio di obiettivi, il Fujinon 35mm f/2 ed il suo compare 23mm di altrettanta apertura massima. Osservo tutto il sito, la luce giusta proviene da nord-ovest, all’incirca, e fa brillare anche gli elementi che negli anni hanno perso il loro smalto. D’altronde, sono qui da un po’.

Fuji X-T2 e Tempio di Hera

Tavole Palatine, il tempio di Hera a Metaponto. La “2” è da parecchio al mio fianco, per sua (e mia) fortuna non perde un colpo e nonostante la sua forma non smagliante a livello estetico, ha ancora da dare. Nei giorni scorsi, ho messo alla prova raffica e battery grip con temperature esterne infami, ma all’età, la Fuji X-T2 pare non dar conto. La stessa impressione è quella che comunicano le colonne del Tempio di Hera, che accolgono ogni scatto con aristocratica indifferenza. Visionando gli scatti, alcune pose catturate dal 23mm soffrono una leggera distorsione, ma nulla di non recuperabile in postproduzione, mentre le tinte risultano, al mio occhio, più calde e avvolgenti rispetto al fratello 35mm. Mi riservo, ad ogni modo, di effettuare una comparativa tra obiettivi Fujifilm e parlarne più diffusamente.

Termino la sessione, mi aggiro ancora per poco nel sito archeologico delle Tavole Palatine e rientro per andare a cena, la Basilicata costiera offre anche piatti a base di pesce che non sarebbe bene fare attendere.

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Vëllazëria, Festa della Fratellanza delle comunità arbëreshë

Vëllazëria, Festa della Fratellanza delle comunità arbëreshë. Ogni anno Casalvecchio di Puglia, comune del foggiano, si fa luogo di ritrovo delle comunità arbëreshë, un evento dalle radici antiche, ma che tende la mano al domani, consegnando ai giovani il testimone, rendendoli protagonisti. Le giornate sono ricche di spettacoli e performance stimolanti e godibili anche da chi non fa parte delle comunità; la musica e le danze – potremmo dire – non hanno confini geografici e neppure etnici. La fratellanza tra i popoli è espressa dalla partecipazione di delegazioni di comuni italo-albanesi e dell’attuale Albania.

Vëllazëria, la sfilata delle Vallje

La sfilata in costume, suddivisa per paesi, è un passaggio folkloristico in cui la cultura delle genti arbëreshë colora le vie del paese. I colori predominanti, rosso, nero e bianco, incontrano i pizzi e i merletti dorati degli abiti tradizionali, le gonne accarezzano l’aria durante i volteggi delle danze. Al termine della sfilata, Vallje, ci si riunisce per l’avvicendamento dei gruppi musicali tipici. Gastronomia e convivialità creano la giusta atmosfera di accoglienza ed apertura al visitatore, le vivaci strofe e le coinvolgenti melodie tengono vivo l’interesse verso la Vëllazëria Festa della Fratellanza.

Fotogrammi e cultura arbëreshë

L’ingresso in Castelvecchio di Puglia è già di buon auspicio, varcata la soglia della piazza musicisti intenti a fare un soundcheck rendono l’aria estiva di fine luglio frizzante, a sera l’esibizione nell'ambito della Vëllazëria sarà un evento di apprezzabile presenza in termini di pubblico e partecipazione. E’ da poco iniziata la Vallje, il corteo in costume tradizionale, un colorato (di nero, rosso e bianco/color oro) fiume di persone di tutte le età si riversa allegramente tra le vie del borgo.

Capeggiati da Giorgio Castriota Skanderbeg, un figurante che nulla sottrae per somiglianza all’antico condottiero albanese, delegazioni di paesi d’Arbëria e Albania sfilano assieme alle genti di Casalvecchio, in una folkloristica passeggiata animata da ritmi di eco balcanico. Intenzionato a documentare la contemporanea espressione dell’appartenenza alla comunità arbëreshë mi dirigo di buon passo tra i vicoli, dove piacevolmente rimango sorpreso della componente giovanile dei gruppi. Si susseguono gli scatti e sempre più spesso questi ritraggono ragazzi tra la fanciullezza e l’adolescenza/prima maturità, che gioiosi e sorridenti raccolgono la sfida di testimoniare le origini e renderne partecipi i visitatori.

Vëllazëria, Festa della Fratellanza delle comunità arbëreshë

Le ugole, parafrasando un po’ Paolo Conte, sono in piedi sui pedali e vanno in volata con la copertura dei gregari, rappresentati dagli altri gruppi folkloristici d’Italia e d’Albania, lo show è coinvolgente e vien voglia di ballare assieme a loro. Tengo fede al mio proposito reportagistico, mi avvicino con rispetto al rituale, ma vengo ben presto notato e felicemente invitato fotografare alcuni momenti della Vallje e le opere artistiche che colorano i vicoli di Casalvecchio di Puglia.

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cervara di roma scalinata degli artisti lazio michele di mauro

Cervara di Roma, rotta verso la Scalinata degli Artisti

Cervara di Roma, rotta verso la Scalinata degli Artisti. Zaino in spalla, mi faccio largo tra i viottoli del borgo, un insieme di serpeggianti vie dalle colorate pitture murali. Giungo, poi, alla piazza centrale, luogo di ritrovo degli abitanti, neppure cinquecento. Longitudinalmente scandita da un bassorilievo colorato, non manca di una sua vitalità; sarà l’orario dell’aperitivo, ma a differenza di molti luoghi simili pur se in latitudini diverse, qui gli abitanti fanno una bella presenza. Intraprendo la scalinata degli artisti, dove i grandi hanno lasciato meravigliosa traccia del loro passaggio e nel mentre mi godo questo panorama che sa rimanerti nel cuore.

Rotta verso la Scalinata degli Artisti

Sulle note di Notturno - passacaglia per Cervara, composizione di Ennio Morricone che omaggia Cervara di Roma, gli scalini della Scalinata degli Artisti si fanno meno ripidi, si superano uno ad uno in scioltezza, senza fastidio.
La Scalinata degli artisti è una parte importante del centro storico, congiunge piazza Giovanni XXIII, in basso, e piazza Umberto I in alto, attraversando i lasciti degli artisti che hanno visitato il paese, da Samuel Morse, ad Ernest Antoine Hébert, passando per Raphael Alberti. Qui, a partire dall’Ottocento e ad iniziare da Joseph Anton Koch, sublimi menti artistiche hanno donato qualcosa a questo borgo laziale del panorama sterminato.

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castello di Genzano di Lucania, Basilicata

Il castello di Monteserico

Il castello di Monteserico, Basilicata. Giunto ai piedi della collina, attorniata da campi dorati senza misura, sono attratto dalla solidità di quel fortilizio che pareva esser lì da sempre, costruito assieme al suo piedistallo naturale. Raggiunta la sommità, il castello di Monteserico mostra una forma eccellente per la sua età e se si raffronta ad altre strutture coeve sparse per l’Italia e che non hanno goduto di eguale cura.

Il solitario castello di Monteserico

La rocca di Genzano di Lucania alberga su di un colle lontanamente salutato da altre alture, in un lembo di Basilicata silente e poco incline, per le poche ed a tratti malmesse strade, alle visite di cortesia. Avventurarsi sin qui deve riflettere un certo interesse per questi luoghi, una genuina curiosità per un maniero dal gusto
Lontano dagli stilemi dei castelli rinascimentali, ricchi di elementi e ornamenti, torri e finestrature ammalianti, qui si è innanzi ad un austero stabile dalle salde forme squadrate.
Poche, forse nessuna, concessioni al bello fine a sé, l’unica meraviglia è il panorama, la semplicità si fa pregio e la struttura si apprezza per questo.

Lo sfondo è maestoso, con la valle che digrada al di sotto le forme del monte Serico e corre verso l’infinito.


Ciao Ivo

Ciao Ivo Saglietti.
Speravo che mai avrei dovuto scrivere queste righe, ti immaginavo eterno, sfuggente alla morte.
Eppure, mi trovo davanti allo schermo bianco del computer reso offuscato dalle lacrime che si accalcano sulla soglia dei miei occhi.
Gli occhi, quelli belli, li avevi tu e hai raccontato il mondo attraverso questi ed attraverso le lenti della tua Leica, filtrando tutto con il tuo cuore e con il tuo intelletto.
Animo superiore, si, ma al servizio delle genti, della conoscenza, un paziente ricercatore di momenti resi indelebili sulla tua Tri-X. Immagina l’emozione quando ho scoperto che l’utilizzavi, è la mia preferita!

E Camus?!

E Camus?! Vogliamo parlare di Camus? Ah, proprio no, rischieremmo di non finire per quest’anno, che in effetti volge al termine, ma senza te.
Deir Mar Musa, lavoro prezioso, ha fatto di me quel che fotograficamente ed in parte umanamente sono, uno scatto in particolare mi ha aperto al mondo. Ma non solo, mi ha detto che si, potevo documentare, farlo ancora, sempre, dare spazio alla mia voce.
Grandi occasioni di confronto non ce ne sono state, salvo quella in cui ti ho detto che questo libro mi ha cambiato la vita, ma mi riprometto di cercarti lassù, quando sarà il mio tempo. La gradevole chiacchierata telefonica di qualche anno prima mi aveva rivelato un acuto conversatore, una mente riflessiva e accorta, ma guardarti negli occhi è stato intenso.

Avrei voluto rivederti, trascorrere del tempo assieme, approfondire temi, posso oggi prendermi le giuste ore e dialogare con te attraverso le fotografie che hai lasciato su questa terra, frammenti immensi di esistenza.

Grazie Ivo

Poche righe sulla tua partenza e sono sfinito, troppa emozione che non reggo, mi consolo perdendomi con la vista sterminata che si gode sotto la tenda di Abramo, lì dove un tè e qualche ora di chiacchiere sarebbero state un sollievo per l’anima, sogno desto di chi continuerà nella propria opera a ricordarti.

Ivo Saglietti

Ivo Saglietti è stato un meraviglioso occhio del suo tempo, con una grande interiorità. La sua ricerca ha donato all’umanità una grande quantità di verità e immagini indelebili, la profondità di ogni suo scatto viva in eterno.

Del tuo passaggio, tracce nella storia. Con affetto.  

Grazie Ivo.

Fotografo di reportage - Michele Di Mauro - Business Storytelling (micheledimaurofotografia.it)

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MeX train MeX Quartet disco - Michele Di Mauro

Enzo Messina - MeX Quartet, il disco

Enzo Messina - MeX Quartet, il disco.

E’ un pomeriggio assolato, arriviamo sul posto chiacchierando, come al solito, in amicizia.

Enzo è una conoscenza relativamente recente, eppure i tratti comuni hanno permesso che un rapporto amicale si sia radicato in tempi brevi, saldamente. Se alle volte pare di conoscersi da sempre, in altri momenti conoscersi è un bel viaggio.
Ho scritto alcuni articoli incentrati sulle sue recensioni di strumenti musicali, che a differenza della buona maggior parte, si caratterizzano per un approccio dettato dalle sensazioni che l’attrezzatura trasmette, conferendo profondità al tutto.

Enzo Messina, in arte MeX, è un musicista professionista, la sua arte è al servizio di nomi di spicco del panorama, questo porta ad interessanti confronti; io suono (a livelli sideralmente lontani) uno strumento diverso e le nostre chiacchierate accarezzano le note alcune volte, lasciando spazio a disquisizioni sugli alti temi dell’esistenza ed esperienziali. Questo ha permesso una vivace e proficuo scambio di vissuti, che sono al centro della sua ultima pubblicazione.

MeX Quartet

Il suo disco è un'esperienza, d'ascolto e nel concetto che ne è alla base.
Il tema è il bagaglio di vissuto che rende ogni individuo diverso e che ognuno porta con sé ogni giorno, quella moltitudine di situazioni, di circostanze, di prove davanti alle quali la vita ci pone davanti, tasselli di esistenza.

Ricordo con affetto le telefonate che hanno preceduto la scelta della location dove avrei realizzato gli scatti che hanno in seguito composto la copertina e le parti interne del disco, la sintonia raggiunta ha ben presto delineato la linea comune per le pose e come esprimere quello che avevamo in mente e dentro.

Enzo Messina, il disco

MeX Quartet si ascolta tutto d'un fiato, poi si centellina per godersene ogni stilla, infine si riascolta per assaporarne di nuovo le atmosfere, ogni volta c'è qualcosa che è sfuggito all'orecchio in precedenza.
E' un po' come tornare in un luogo dove si è già stati, qualcosa sarà cambiato, qualcosa non l'avevamo notato.

La metafora del treno è alla base delle mie fotografie per MeX Quartet, il susseguirsi delle carrozze rimanda al concetto di bagaglio esperienziale, in cui i vagoni giunti alla motrice rappresentano il vissuto che si aggiunge, lo arricchisce, lo appesantisce, ne consolida la struttura o ne definisce la forma.
Lavorando con Enzo abbiamo convenuto su alcuni punti, avremmo dato corso ad un concetto semplice, dalle molte sfumature, ma senza sovrastrutture.
La lettura sarebbe dovuta essere accessibile, inclusiva, tutti viaggiamo su di un treno e tutti siamo un treno con carrozze che vi si agganciano ad ogni momento intensamente vissuto.

Il risultato ricercato non sarebbero stati gli scatti belli, patinati, ma una vera e propria storia, quella di un uomo e di tutti noi, quella del viaggio attraverso stati d'animo, eventi, di una consapevolezza di sé che si rinnova ogni volta che la vita aggiunge un vagone alla nostra esistenza.

Bella Enzo.

MeX Quartet - Disco di Enzo Messina, 2023 - Michele Di Mauro Fotografia

https://www.mexkeys.com/enzo-messina/

https://www.youtube.com/watch?v=7ahdxLrckcg

https://www.youtube.com/watch?v=Xd4D_HHesIQ&list=OLAK5uy_m8J7-0RVL54aiiM3_VwSUh5MlO3KB2_W8

Alcuni degli scatti sono stati esposti in Albania nell'ambito della collettiva Risvolti del Fondo Internazionale per la Fotografia (FIOF), alla quale ho partecipato come Fiof Italian Photography Ambassador.

https://www.youtube.com/watch?v=L3JDC4fljS8


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Ripensare l'attrezzatura fotografica

Ripensare l'attrezzatura fotografica. A rientro da un viaggio che mi ha portato ad esplorare luoghi d’Italia tra Marche, Piemonte (principalmente) e Lazio, mi sono accorto che qualcosa nel mio approccio allo scatto, in relazione al trasporto della attrezzatura fotografica ed alla stessa, non andava.

Già in trasferta e seduto a un tavolino durante una pausa, ho riordinato le idee che mi ero fatto della questione sin dai primi scatti.
Andiamo per ordine, in questa occasione ho portato con me la fida Sony A7III, ed il corredo composto da 28mm f/2, Zeiss 55mm f/1.8 ed 85mm f/1.8, un buon compromesso per rimanere leggeri e non rinunciare ad una certa versatilità. Non trattandosi di una uscita specifica, inizialmente non mi era parso il caso di partire con un solo obiettivo e neppure di portarmi la Fujifilm, il cui corredo fotografico è ancora in parte incompleto.

Sony A7III https://www.instagram.com/p/CtKBeg4oMqV/?img_index=1

Avevo in mente alcune pose che avrei voluto realizzare e di base il binomio grandangolo – normale mi era apparsa l’opzione corretta, quella più affine; ciò nonostante, le aspettative sono state parzialmente disattese. Pur ammettendo di non avere raggiunto un feeling particolarmente elevato con la mia Sony A7III, non era in questo che risiedeva la sensazione di inadeguatezza, bensì, nell’approccio alla fotografia che il mezzo porta con sé.

Ripensare l'attrezzatura Fujifilm X100S

Ho ricordato, quindi, i tempi in cui avevo al collo l’instancabile Fujifilm X100S, seconda incarnazione della compatta evoluta dello storico marchio giapponese, icona di semplicità ed allo stesso tempo ricercatezza per soluzioni ed ergonomia dei comandi. Leggera, dalle dimensioni non paragonabili a quelle di una Ricoh GR ma decisamente contenute, era (ed è, l’ultima nata X100V) dotata di un obiettivo da 23mm, equivalente all’incirca ad un 35mm se paragonato al formato full frame, soluzione interessante su diversi piani.
Senza dilungarmi, la presenza di un’unica ottica, non intercambiabile, portava con sé alcune rinunce ed alcune virtù, anche in termini di apprendimento della tecnica e dell’implementazione della capacità di sfruttare la lente.

Ricoh GRIII https://www.instagram.com/p/Ca4y07OI8uE/

La X100S era diventata diretta prosecuzione della mia mano, cosa che abbreviava i tempi di risposta alle situazioni rendendomi più reattivo. Strumento poetico, l’intera serie si rifà esteticamente alle più note Leica M3, M6, vere protagoniste dei tempi d’oro della street photography, del reportage, strumenti scelti (tra gl’altri, dagli immortali Gianni Berengo Gardin, da Henry Cartier Bresson, da Ivo Saglietti…) per la loro silenziosità e per la poca appariscenza, macchine in grado di scomparire tra le mani dei loro utilizzatori e di non modificare l’approccio della gente alle situazioni.
Fujifilm, facendo propria questa filosofia, ne ha incarnato lo spirito, quello del cronista silenzioso, del fotografo che non abbisogna di monumentali attrezzature, prediligendo quelle che non creano imbarazzo nel soggetto, che non gridano la propria presenza.
Sebbene la mia sia oggi considerabile di un’altra e remota era, il concetto non varia. L’ultima nata in casa Fujifilm è sulla stessa lunghezza d’onda.

Fujifilm X100S https://www.instagram.com/p/CseB2oUoGoB/

L'epilogo della mia storia con la X100S

Cambiai l’instancabile X100S dopo innumerevoli viaggi ed esperienze, e perché oramai mostrava i segni del tempo e non era più adeguata alle esigenze maturate, l’ultima sessione di lungo utilizzo aveva evidenziato i limiti del mezzo. Al tempo ero impegnato con la fotografia di scena del mediometraggio Solitudine e sete, del regista Fedele Dalessandro, e la lentezza operativa era divenuta un ostacolo; vieppiù che era accompagnata da un altro mostro di reattività, la X-Pro1. Le due Fuji, ad onor del vero, si sono fatte apprezzare per il risultato, avendo sensori eccelsi, superiori – parere personale – al seguente X-Trans III, pur buono, che equipaggia la X-T2, che ancora posseggo.

Il valore dell'attrezzatura fotografica

Non sono mai andato dietro a mode e neppure alla ricerca dell’ultimo modello sfornato dalle case costruttrici, anzi, ho sempre preferito uno strumento collaudato; neanche ho esigenze che mi spingano verso l’acquisto del ritrovato tecnologico più sbalorditivo sul mercato, quindi posso orientarmi senza troppi vincoli, purché sia affidabile ed abbia determinate caratteristiche. Prima o poi ne parlerò.
C’è però un motivo che sta alla base della mia scelta di una fotocamera, scaturito da un pensiero di fondo, quello secondo cui lo strumento deve essere al servizio della creazione: lo scatto è una rappresentazione di sé stessi (con le dovute eccezioni lavorative), il mezzo può stimolare la creatività ma non sostituirvisi, non deve distrarre dal rapporto tra occhio e realtà.

Fujifilm X-Pro1 e X100S https://micheledimaurofotografia.it//solitudine-e-sete-2019/

Sony A-7III https://micheledimaurofotografia.it//transiberiana-ditalia/

Fujifilm X-T2 https://micheledimaurofotografia.it//il-circo-delle-emozioni/

Nikon FM2 https://www.instagram.com/p/CbQuoOSq8eI/


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Ciao, Alberto Radius

Alberto Radius è stato sempre, e tale rimane tutt'ora, uno dei miei chitarristi e compositori preferiti.
Ho avuto il privilegio di godere di una sua esibizione live in una sola occasione, già ultrasettantenne, ma sotto la folta chioma di fili argentei brillava sempre l'estro che lo aveva contraddistinto, che aveva colorato le sue note di genio.
Quella sera riprendeva una porzione della carriera di Lucio Battisti, per il quale ha arrangiato le chitarre in alcuni e fondamentali dischi della prima era, e per cui, assieme al resto dei Formula 3, ha significato vita strumentale.

Pioniere della chitarra solista moderna in Italia, oltre alla sua produzione, costellata di dischi di pregevolezza compositiva e dalle sonorità di alto livello, dai testi ispirati, ha prestato anche la sua opera per Battiato, Patty Pravo ed altri grandi della scena musicale.

Al cospetto di Alberto Radius

Era sera e c'era un'atmosfera calma, rilassata, familiare, ogni nota riempiva l'aria e questo attempato rocker deliziava i presenti con la sua fida Hamer Chaparral, residuato bellico ottantiano (ma non si dica che non fosse al passo coi tempi, sempre, avendo utilizzato appena commercializzata la Music Man Van Halen) da cui negli ultimi anni era difficile vederlo separato; per mille buoni motivi quello strumento che mostrava gloriosamente i segni del passato, era il prediletto per l'attività dal vivo.
Instancabile concertista, fino a non molto tempo prima della scomparsa, avvenuta qualche mese fa per un male incurabile, era in giro a condividere arte.

Gli impegni mi hanno impedito una più tempestiva scrittura, ma avevo in mente di buttar giù alcune righe, commosse, di ringraziamento a chi mi ha dato tanto donando una diversa luce alla musicalità.

La Nikon e il cinquantino

Sebbene avessi qualche iniziale timore a tirar su la reflex che mi ero portato assieme, decisi di fare alcuni scatti, tentando di immortalare l'energia di Alberto Radius, provando a lasciarne un po' all'infinito.
Approfittando di un momento dai toni morbidi ho ritratto - invero senza grande interesse per la composizione, mosso solo dalla voglia di celebrarne lo sguardo intenso - Radius, nella posa che si vede in alto.
A cinquanta millimetri da lui, la sua aura di artista era grande, l'impressione era quella di un musicista eternamente indaffarato, sempre a corto di tempo per godersi la conquistata notorietà, sempre con un progetto nuovo da portare avanti.

Ciao, Alberto Radius

Sulle note di Che cosa sei... io me ne accorgo solo quando te ne vai, recita il testo, sebbene mi fosse già chiaro il potere attrattivo degli occhietti attenti di Radius, cristallino anche di essere dinanzi ad una pietra angolare dalla musica, saluto l'eterno Alberto.

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Il fascino dell'esoterico

Spesso capita di rimanere affascinati dalle teorie più suggestive, benché non del tutto convincenti, e di lasciar vagare la mente verso luoghi esoterici, sollevando a mezz'aria i piedi sottraendoli al contatto con il terreno.
Personalmente, sono in primissima fila tra quelli che un po' amano viaggiare con la testa, immaginare e farmi cullare dalle teorie più coinvolgenti, unico freno a questo è la capacità di intendere quella che alle volte è la poca corrispondenza con la realtà.
E meno male, se no finirei con il cervello sulle coste di un'isola sperduta, ma con le scarpe piantate su continente!

Tornando seri

Tempo fa, complice uno studio che stavo portando avanti per una collaborazione, mi sono imbattuto in alcune divagazioni congetturali sul tema della croci stazionarie, che mi hanno - non nego - molto affascinato.
Proseguendo nella trattazione della materia, mi sono accorto che esistevano alcuni articoli dell'architetto Franco Valente, autore di libri in merito, che sconfessavano tutta una serie di castelli di carte - che apparivano anche ben saldi - facendoli crollare rovinosamente al suolo.

Le croci stazionarie, in effetti, non hanno legami con eventuali culti religioso-armentizi della transumanza (attorno alla quale già molte teorie bislacche gravitano libere e felici), non rappresentando luoghi di culto legati alla migrazione animale, così come non hanno a che fare con itinerari sacri (niente croci viarie) o speculazioni a base templare.

Il fascino dell'esoterico

La fotografia non è distante dalle croci stazionarie, che prima o poi partirò per immortalare in un lavoro che mi balena in mente da lungo tempo, può prestarsi a molte distorsioni, a un numero di significati abbastanza ampio.

Una ricetta fatta e finita per ancorarsi a terra non sono certo che esista, ma confido sempre nell'allenamento dell'occhio e della mente, che assieme al proprio sentimento possono formare il filtro giusto attraverso il quale leggere una posa, riducendo se non evitando, il rischio di cedere alle tesi più fantasiose e di perdere di vista soggetto e significato.

Leggere le fotografie, tenerne a mente (o documentarsi) il contesto, gli avvenimenti che hanno dato loro vita, trovo possa essere un buon esercizio per mantenere il cervello elastico, attiva la nostra capacità di discernere e valutare anche la veridicità di quanto è illustrato, andando oltre l'apparenza.

Pensando alle tecnologie che incombono, a volte il poco legame con la realtà è proprio quello che rende l'immagine incisiva, quando l'espressione artistica rappresenta il messaggio.
E' in questo frangente che bisogna tenere i piedi saldi al terreno e non cedere al fascino dell'esoterico.

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Solitudine e Sete - Film - Michele Di Mauro

Solitudine e sete

Solitudine e sete è un lavoro intenso, una "pellicola" che vive nei suoi colori e nelle sue atmosfere, orientando una luce diretta sulle difficoltà umane, sulle deviazione che le persone possono riversare sul prossimo.

Il regista, Fedele Dalessandro

Fedele Dalessandro, regista pugliese dalla vitalità creativa non comune, rifugge gli artifizi e mira al messaggio senza grandi giri di parole, senza anteporre l'estetica.
In un'era di forme senza contenuti, rappresenta un salvifico ritorno alle origini.
Il girato è stato minuziosamente visto e rivisto, ogni fotogramma ha un suo peso ed in ogni scena c'è il racconto del mondo attuale.

Attualità

Attuale, eppure eterno, nel malessere interiore del protagonista vive una storia senza tempo, morire ogni giorno dentro perché al margine di una società che richiede una coerenza abnorme, che vuole tutti soldati addestrati a mentire, a mentirsi, purché al di fuori si percepisca semplicemente d'essere "normali".
La compressione dei sentimenti, della creatività, degli slanci, a favore di un'immobilizzante quanto bella esistenza, tutti - ma solo a vedersi - della stessa risma, tutti dello stesso ceto (quello alto, eh), tutti dello stesso livello. Così, tutti perfetti ed ognuno informato a canoni "giusti", modaioli, decisi a tavolino, emersi dalla bella vita più vuota e distante dai valori che hanno caratterizzato la cultura e il progresso interiore dell'umanità.
Nel mezzo, un ragazzo segnato dall'abbandono e afflitto dal rifiuto. Solo, senza un abbraccio ad attenderlo quando rincasa, preda dei suoi fantasmi e della società che non lo vuole, che lo emargina.

Alienazione.

L'alienazione nel film di Fedele Dalessandro prende vita, si muove nello schermo, riempie i fotogrammi uno ad uno come passi all'interno del male che corrode l'animo del protagonista.

Amici di lunga data, abbiamo dato vita a un sodalizio artistico che dura ancora oggi; quando mi propose di curare la fotografia di scena fui entusiasta, sarebbe stato un banco di prova non indifferente, caricai la mia attrezzatura fotografica, la infilai nella borsa e decisi di esserci.

Nello scatto, il protagonista ritrova la madre.

Solitudine e sete 2019 - Michele Di Mauro Fotografia

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NOCI24.it - Solitudine e sete: Fedele Dalessandro incanta anche la platea del Cineporto di Bari

Proiezione di “Solitudine e sete” e incontro con il regista Fedele Dalessandro | Cineporto di Bari – giovedì 21 marzo – h.19:00 – Apulia Film Commission

Intervista a Fedele Dalessandro che descrive attraverso il suo film SOLITUDINE E SETE il tormento interiore causato dalla depressione | Gazzetta dal Tacco


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